Un universo alieno si è impadronito del PAC di Milano. Con Luigi Serafini (Roma, 1949) le normali leggi dell’evoluzione non valgono più: le mucche sono ovipare, gli ortaggi nascono dalle mani di strane creature antropoidi, la toponomastica dei luoghi artificiali e naturali viene stravolta. Non a caso le pareti esterne del museo sono ricoperte da pannelli e insegne luminose che simulano l’ingresso di un tendone da circo.
L’opera che apre il percorso espositivo, concepita apposta per l’occasione, è sintomatica dell’intera mostra: Coppia di Hirundòmani mostra alla competente Autorità Aviaria il permesso di soggiorno al PAC. Si tratta di una grande installazione nella quale due esseri metà uomo e metà rondine hanno invaso pareti e pavimenti, sventolando il “permesso di soggiorno” che dona loro accesso al “tempio” che è l’istituzione museale. L’ironia del permesso di soggiorno si riferisce anche alle difficoltà che l’artista ha incontrato nel farsi accettare: la mostra viene presentata come un vero e proprio risarcimento per la poca attenzione che Serafini ha avuto finora dal mondo dell’arte. Eppure, il Codex Seraphinianus (1976-78) è considerato un capolavoro dell’illustrazione e dell’arte fantastica: in esso Serafini disegna -e commenta in una lingua immaginaria- una teoria infinita di possibilità alternative inerenti alla morfologia umana, animale e vegetale.
Le tavole del Codex, presenti al PAC, rimangono insuperate nell’intera produzione dell’artista. Qui la fantasia inarrestabile e potenzialmente infinita rimane contenuta in un’estrema raffinatezza. Tutta l’opera successiva costeggia invece il kitsch. Se è ovvio che ciò viene fatto consapevolmente dall’artista, il punto è proprio quanto egli riesca a fermarsi al punto giusto e quanto scada in una dose di kitsch non voluta, e mal gestita.
Sono numerosissime in mostra le occasioni di divertimento e di benefico stupore: la “Donna-carota” (Lady C, 2005), la “Mc-mucca” (Cowburger in love, 2005), la scultura meccanica di un “uovo di mucca” che viene scosso da sussulti come se stesse per schiudersi. Ogni dipinto contiene un universo di fantasia a sè stante, con le sue leggi inconfutabili, e ancora risulta felicemente ironica la fattura di alcuni plastici, che richiamano l’estetica dei presepi.
L’allestimento crea però un po’ di confusione: l’ansia di “risarcire” Serafini –artista estremamente vicino all’assessore Sgarbi- ha portato a voler esporre il maggior numero di opere possibile, col risultato che talvolta i lavori si annullano l’uno con l’altro.
Serafini ha certamente fantasia da vendere, piena di vigore umanistico e ricca di riferimenti dotti e popolari. Il punto è che egli blandisce la categoria estetica del “basso” pretendendo di trascurare tutto ciò che è successo in quel campo dagli anni Sessanta in poi, a partire dalla Pop Art e dall’analisi estetica del Camp. Una completa autonomia che costituisce allo stesso tempo il principale merito di Serafini e uno dei suoi limiti.
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stefano castelli
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ecco ilpupillo di sgarbi, pietra dello scandalo delle discussioni con bonami. Accattatev'illo!
l'unica cosa buona che ha fatto e' il Codex Seraphinianus! il resto e' di un brutto un po come bonomi
Ottimo articolo Stefano, e ottima analisi della mostra! Condivido. Ciao ciao