La breve anticipazione di Genesi allo spazio Forma è allestita al piano superiore, in posizione d’onore. Raccolte in un’unica sala, la Sala delle Capriate, alle pareti sfilano venti fotografie. Venti finestre che raccontano lo spaccato di un’anticipazione. Sono esposte, in breve, alcune delle tappe di viaggio compiute da Sebastião Salgado (Aimores, Minas Geiras, Brasile, 1944) e dalla moglie Lèlia Wanick Salgado. Questo progetto nasce per finanziare la riforestazione di 600 ettari di terreno in Brasile e la marcia che sta compiendo il fotografo brasiliano durerà ancora cinque anni. Nel frattempo, i primi tre sono trascorsi e sono stati raccontati con questa serie. Una veloce e intensa carrellata che vede riuniti iceberg e deserti, balene della Patagonia con indiani Alto Xingu del Mato Grosso, rettili delle isole Galapagos e pastori del Rwanda.
Non c’è un soggetto tematico privilegiato rispetto ad un altro. L’intento di questi tre anni di viaggio è quello di catturare e sottrarre la natura, composta dalle sue rarità, circondata dai pericoli dell’estinzione. Non serve quindi che uno scorcio in particolare venga sostituito da un altro. Ogni ecosistema con le proprie biodiversità è unico.
Insoliti e intensi risultano gli scatti che ritraggono figure umane. Le pose dei soggetti, come se dovessero venire a mancare, sono statuarie, ieratiche, anche se naturali. Mentre la resa dei piani prospettici, verso lo sfondo, sfuma pesata e meditata. Niente è lasciato al caso, niente all’imprevisto, quando Salgado decide di inquadrare. Perché il fine ultimo è quello di mantenere salvo. Di mantenere vitale. E allora, la fotografia ipostatizza, trattiene e completa i paesaggi, al di fuori del tempo.
Ognuna di queste immagini, non a caso, subisce la condensazione del bianco e nero. Ogni linea, ogni curva è ritratta con decisa sobrietà, non mancando un accenno triste, e metallico che aleggia su tutte le sfumature.
I punti di luce, che spesso si trovano all’interno della composizione, esalano un accento lirico che non intacca la presa della scena. Mentre da notare, sono le accurate sensazioni che il fotografo registra con l’occhio. La sabbia che filtra dalle dune, per esempio, è affidata alla vibrazione registrata dalla pellicola mentre il vento solleva e riverbera la polvere. La percezione di tattilità di questa fotografia non coincide con la sensazione di quiete che il click riprende. O ancora, sofisticata e selvaggia, si snoda la torsione ansiosa di una donna. Una giovane donna indigena, nuda e fiera che si sta facendo decorare il corpo e la pelle, come un vestito, prima di partecipare ad una cerimonia. È bello pensare che dietro ognuna di queste riprese non esista un occhio. Ma esista la mano. Una mano creatrice, una mano plasmatrice che protegge e soppesa, come nella scultura. Ogni scena, nella materia, viene sottratta alla realtà della sparizione.
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