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fino al 18.IV.2009 | Bénédicte Peyrat | Milano, Curti/Gambuzzi & Co.

di - 1 Aprile 2009
Le sue tele sono enormi vasi di Pandora. Contenitori potenzialmente infiniti. Album di scenari già visti e di discorsi ancora tutti da estrarre, da sentire e tirar fuori. Seppur da rivelare con parsimonia.
Quest’artista dalla lezione di Diego Velázquez eredita il carattere moderato della composizione; dai dipinti di Francisco Goya trae le trasparenze, riscoprendone la ferma irrequietezza dei volti; da Eugène Delacroix emula le posture e i gesti; da Vigée-Le Brun e Fragonard riprende le tonalità dei colori. Bénédicte Peyrat (Parigi, 1967; vive a Parigi e Karlsruhe) estrapola da ciascuno di questi maestri, dalle loro opere e dalle loro modalità compositive, caratteri di realtà. Senza dichiararsi mai del tutto affine a uno solo dei loro sguardi.
Quel che per Peyrat è dipingere non è bieco repêchage o simulacro di maniera. I suoi dipinti, in totale una decina, tutti di grandi dimensioni, sembrano appartenere a un’epoca diversa dal contemporaneo, un periodo già passato oppure ancora tutto in divenire. Nelle sue tele si scoprono donne sempre vigili, discinte, morbide e imponenti; figure sullo sfondo di cieli veloci, intrisi di colore, che arrivano proprio dove il cielo tocca la terra, dietro l’orizzonte. Le pennellate convesse ed energiche definiscono la tridimensionalità delle figure che, nella loro fisicità, simboleggiano la presenza terrena di un’umanità disincantata, quasi sempre vittima di Monsieur Sarcasmo.
L’andamento pittorico del pennello sulla tela è rapido e presuntuoso. La velocità del colore, distribuito secondo semicerchi e campiture dentellate, definisce con esattezza la gravità dei corpi, sublimando le figure, secondo canoni estetici d’altri tempi. Donne, uomini e bambini sono fissati e composti assieme. Non discosti. Ognuno di loro è rappresentato secondo un ritratto collettivo che individua un tema misterioso. Con questi volti, attraverso le loro espressioni di bieca brutalità, la memoria – quella forza latente che anima oggetti e animali (cani, uccelli, anfore, conchiglie e cimeli dal sapore antico) – individua una natura selvaggia e indefinita, che sembra diventare specchio di un aldilà perpetuo.
Nei suoi dipinti, Peyrat rievoca l’imparzialità espressiva e la poetica di molti artisti italiani ed europei della grande tradizione pittorica, dal Cinquecento fino ai primi del Novecento. L’artista interpreta il linguaggio passato, imprimendo una propria rudimentale giocosità. I nudi femminili, chiusi nella loro stretta carnale, sbirciano il realismo francese di Gustave Courbet, riecheggiando la deformazione dei corpi di Lucian Freud. Nel paesaggio di fondo, privo di riferimenti spazio-temporali, riaffiora invece il naturalismo fatto di luci e ombre appartenenti al Giorgione.
Nello scenario di sottofondo si ricerca quell’unità dell’uomo con la natura che riflette un dialogo compensativo; uno scambio i cui movimenti interiori dei soggetti riaffiorano, proprio come aveva sottolineato la potenza evocativa di Tiziano e la sua nota precisione smorzata per la formalità.

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mostra visitata il 10 marzo 2009


dal 10 marzo al 18 aprile 2009
Bénédicte Peyrat
Galleria Paolo Curti / Annamaria Gambuzzi & Co.
Via Pontaccio, 19 (zona Brera) – 20121 Milano
Orario: da lunedì a venerdì ore 11-19; sabato su appuntamento
Ingresso libero
Info: tel. +39 0286998170; fax +39 0272094052; info@paolocurti.com; www.paolocurti.com

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