Sebbene siano i nomi di Flavin, Klein, Fontana e Tàpies ad attrarre il maggior numero di visitatori di questa mostra, il cuore dell’evento pulsa altrove. Tra le opere di quegli artisti, in fondo emarginati dal circuito tradizionale, propugnatori di un’arte che ha smesso i panni puramente estetici per tornare a svolgere la funzione di collante sociale. Non parleremo dunque del dinamismo febbricitante e barocco di Fontana, né della croce a T in cartone di Tàpies; trascureremo l’essenzialità delle opere occidentali esposte, caratterizzate tutte dalla raffigurazione del simbolo della croce e dall’utilizzo di materiali poveri come la ceramica o la carta. Per concentrarci su un’arte meno conosciuta.
Nel salone centrale si è accolti dai coloratissimi strumenti rituali del brasiliano Mestre Didi (Bahia, 1917), tempestati di conchiglie e colori smaglianti, come Opà Eshin ati Eye Meji (1999) dove i leggeri uccelli posati sulle estremità dei bracci laterali simboleggiano la fertilità, mentre la punta centrale rivolta verso l’alto rappresenta la tensione verso l’infinito. Curioso poi il ruolo del piede in questa mostra, già presente nell’opera Peus (1995) di Antoni Tàpies (Barcellona, 1923), e assoluto protagonista del fare artistico del monaco buddista Kazuo Shiraga (Amagasaki, Giappone, 1924) che, appeso ad una corda, si lascia oscillare sulla tela -adagiata al suolo- stendendovi strisciate di colore con i piedi.
Il piede rimanda alla presenza spirituale del Buddha, il quale si narra abbia lasciato la propria impronta su una lastra di marmo. La tecnica di Shiraga ricorda il dripping di Pollock, sebbene in questo caso non si tratti solamente di un modus faciendi, quanto di un vero e proprio rito. Un atto che vuole trasporre ed attualizzare lo spirito in un gesto che non ha nulla di artefatto come impugnare un pennello, strumento comunque estraneo al corpo. Questa irruenza pittorica ha procurato al monaco diversi danni agli arti e ai polmoni a causa delle numerose cadute e del contatto con gli acrilici.
Arte intesa come strumento religioso dunque, ma anche come mezzo di rivendicazione politica, come nei dipinti ispirati ai Dreaming degli artisti aborigeni australiani, o ancora arte etnologica nel caso di Voyage en Iboga (2003) di Art Orienté Objet.
I due artisti-etnologi Marion Laval-Jeantet e Benoît Mangin (Francia 1964 e 1962) cercano di dipanare il dilemma: “è l’arte ad orientare gli oggetti o viceversa?”. In questa mostra presentano la documentazione del rito d’iniziazione al credo buitista del Gabon che prevede tra l’altro l’assunzione di una pianta sacra, l’iboga, responsabile di una perdita di conoscenza che porterebbe al distacco dell’anima dal corpo. Gli effetti dell’iboga s’interrompono nel momento in cui viene ingerito l’antidoto che, qualora non venga somministrato in giuste dosi, può procurare morte o follia.
Come accadde al cameraman degli artisti, sottopostosi anch’egli al rito, e che ancora oggi non ha recuperato il senno. Risultato artistico di questo viaggio sono La Pala de Libreville (2003), il polittico nella terza sala, che presenta una sorta di rivisitazione primitiva dell’iconografia cristiana dell’ultima cena, e Bwiti Turning (2003) che sfrutta la frastornate iterazione di immagini della lanterna magica –utilizzata nel XVIII sec. come strumento ipnotico– per riproporre lo stato d’incoscienza prodotto dall’iboga.
Nelle sale seguenti si alternano poi i variopinti altari wudù di Charo Oquet e le narrative installazioni site specific di José Bedia. Come Mkumbe valanga muna kalunga (2005), che racconta della povertà dell’Isola di Cuba, un tempo grande produttrice di riso, che oggi la miseria costringe ad attendere con ansia il cargo invisibile carico di aiuti alimentari che dovrebbe giungere dal mare, ma che sembra invece non approdare mai.
irene giannini
mostra visitata il 7 luglio 2005
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Sono stato a vedere la mostra su “arte, religione, politica”… miserevole … i soldi che ultimamente si pagano per il biglietto d’ingresso in questa galleria d’arte sono un furto multiplo… di fatti vado quando c’è l’offerta dell’ingresso gratuito … mi rendo conto che l’unica emozione provata è stata per una croce di luce di Dan Flavin, ma capisco che si vede un neon verso l’angolo e uno verso chi guarda … e mi sono sempre piaciuti i disegni aborigeni, che hanno oltre ad una tecnica affascinante anche un’espressività geometrica altrettanto interessante… molte altre cose esposte erano dei riempitivi francamente, con scarsa evidenza delle connessioni che la cultura di un certo popolo ha con certe sue immagini o suoi oggetti simbolici… la verità è che la religione è, come disse lo scrittore, l’oppio dei popoli.
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