E’ il filmPowers of Ten, di Charles e Ray Ermes (1977) l’origine concettuale di questa mostra. Nove minuti di montaggio illustrano una rapida fuga da un punto della terra verso l’infinito cosmico prima, e poi, a ritroso, all’interno della materia e delle strutture cellulari. Un viaggio vertiginoso al di là dei limiti visibili del reale. La nozione di centro perde di significato, e l’uomo fluttua in una dimensione di relatività universale, precipitando al di là o al di qua della materia misurabile.
Il gioco sta tutto lì, in quello zero in più, in quel salto numerico accelerato: una potenza di dieci che incrementa o decresce la misura relativa delle cose.
Da questa suggestione matematica nasce Another Zero, un progetto di November Paynter, vincitrice del “Premio Lorenzo Bonaldi per l’Arte – EnterPrize” indetto dalla Gamec di Bergamo e rivolto a giovani curatori internazionali.
Tobias Collier appende al soffitto un mirror globe da discoteca, una grossa palla nera e opaca, anziché lucida e riflettente. Un anomalo astro oscuro, precipitato sulla terra da un mondo alieno e dimenticato, la cui “pelle” non più rifrangente assorbe la luce raccolta durante il suo viaggio. Una stella che si rovescia nel su contrario: un inquietante, malinconico, silenzioso buco nero.
Haluk Akakce (Turchia – 1970) lavora sulla frammentazione violenta dei codici e delle strutture spazio-temporali, sociali e culturali contemporanee. La realtà si sospende in una zona liminale, in cui attuale e virtuale si alterano e si contaminano a vicenda. Il suo wall drawing crea uno schema di geometrie asimmetriche e impossibili che, rimodulando lo spazio fisico intorno, catturano lo sguardo e la presenza in un disorientamento percettivo immediato.
Tom Friedman (USA – 1965) costruisce i suoi singolari oggetti riutilizzando gli scarti della cultura del consumo, i materiali più inutili ed effimeri. Micromolecole di detriti inessenziali generano realtà immaginarie che acquistano una identità nuova, a-significante, astratta e inspiegabilmente seduttiva. Un assemblaggio di atomi di polistirolo, sospeso nello spazio, diventa qui un improbabile ingrandimento cellulare o una anomala architettura di pianeti.
I video di Saskia Olde Wolbers (Olanda – 1971), attraverso una pratica del racconto raffinata e ibrida, mettono in scena stralci di storie reali: piccoli set artigianali, sottoposti a manipolazioni digitali, ricostruiscono contesti e atmosfere fortemente stranianti. L’accadimento scivola verso una finzione ambigua, onirica, parallela all’esistenza e insieme divergente. Interpoler è ambientato in una sorta di ospedale ricostruito artificialmente; qui il narratore, la cui presenza-assenza si condensa in una calda, ipnotica voce fuori campo, ripercorre la sua esperienza di risveglio post-coma: l’immobilità fisica si scinde dallo stato di coscienza vigile, e la mente del soggetto viaggia lungo i meandri dell’ospedale, ascoltandosi e vedendosi dall’esterno.
Anche Tobias Bernstrup (Svezia – 1970) lavora intorno alla virtualità, costruendo dimensioni artificiali che galleggiano su superfici digitali immateriali: elementi del quotidiano, frammenti di realtà, immagini private si trasformano in materiale rielaborato attraverso software per videogame.
La proliferazione di informazioni cui è soggetta la società contemporanea, è il fulcro della ricerca e dell’immaginario di Keith Tyson (Inghilterra – 1969), vincitore del TurnerPrize 2002. Tyson traccia strani diagrammi, schizzi, disegni, che hanno l’aspetto di grafici, schemi, mappature, ma che in realtà non portano alcuna informazione logica, razionale e decodificabile. Qui, una voce registrata accompagna la pittura a muro: una lecture piece che analizza l’idea di “aggiungere un altro zero all’equazione”.
helga marsala
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