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fino al 20.II.2003 | Attilio Forgioli – Opere 1962-2002 | Milano, Palazzo della Permanente

di - 20 Febbraio 2003

Le immagini forti, i tratti aspri e decisi dei quadri del primo periodo si vanno attenuando, senza perdere vigore, nella sua produzione più recente. L’autenticità, il sentimento e il trasporto che vi si leggono sono sempre presenti, dagli esordi alla maturità, affermando quella ferrea coerenza che distingue la produzione artistica di Attilio Forgioli dagli iter degli artisti della sua generazione.
I colori vivaci, a volte fluorescenti in alcuni tocchi, si compensano con aree cupe, segni aspri e dolorosi nella pittura dell’inizio degli anni sessanta. La natura, i paesaggi trasmutano in immagini mentali, alcune forme baconiane si dilaniano in una ricerca esistenziale quasi violenta; un’aggressione che trova serenità in pause di colore nitide e pure, con gialli di Van Gogh e linee espressioniste: effetti che si risolvono in contrastante equilibrio.
Renato Guttuso, nel riuscito tentativo di focalizzare l’ambivalenza di effetti che la pittura di Attilio Forgioli genera, scrisse: Dallo scontro tra un sentimento lirico, musicale, dei ritmi e dall’accostamento del colore a una tensione esistenziale verso l’uomo, o meglio verso il corpo umano, nasce la singolare pittura di Forgioli.
Le sue opere si avvalgono di una coerenza immediata, di una naturalezza gestuale che esalta l’onestà e l’integrità del suo carattere. I suoi soggetti si rifanno costantemente al reale, con risultati che sconfinano spesso nell’informale, dove la distruzione delle linee e la fuoriuscita del colore ritraggono una concretezza surreale, melanconica, quasi astratta. Immagini mentali, dai cui titoli si risale all’ispirazione, come in “Animali nel Paesaggio”– dramma di un istante vissuto per strada- in cui l’artista osserva la carcassa di un cane investito, e miraggio baconiano, dove l’urlo soffocato è latente nell’impressione a cui quei segni ci rimandano. Il pretesto di un’immagine vissuta riporta sulla tela il dolore dei più deboli, la difficoltà di vivere, la pietà.
Negli anni settanta Forgioli si astrae dalla cupa realtà, dall’invadenza di un umano che non compare più e sembra cercare riposo altrove: in realtà oniriche, isole incontaminate. La sua opera si libera da ogni riferimento e resta sospesa, si leggono palme e colori, l’aria è ferma, l’immagine lontana; si respira solitudine, una solitudine evocativa e nostalgica. Forgioli diventa, allora, quasi narrativo: pochi segni riescono ad ottenere un’eloquenza non comune arrivando a un sommesso romanticismo che, caratteristico del suo essere, gli consente di non oltrepassare mai il punto di equilibrio che lo unisce al resto del mondo.
Sempre di questi anni sono alcune rivisitazioni della Pop Art. Scarpe da tennis e bistecche sono gli oggetti che Attilio riporta su tela, con grande capacità di snaturarli. Lo sguardo sconfina in immagini altre, Forgioli resta in bilico sulla linea tra la sperimentazione del Pop ed un’ironica carica di disappunto nel permettere all’arte la semplice riproduzione di oggetti quotidiani: “Ho provato a mescolare le carte, a fingere che sopra una bistecca di roast-beef si posasse dilagante un tramonto così rosso come non lo avevo mai visto. Che un’isola galleggiasse quasi nell’aria anziché sul mare, che un volto fosse il bosco nell’ora già scura della notte che sta per venire. Ci ho provato e non so con quale risultato, poiché non mi sono arreso, continuo a provare, con la melanconia estenuata di un’ora infinita che infinita non è” .
Al termine di questo viaggio di colori, storie ed immagini resta la natura. Restano quasi solo tinte accese, contorni che si disperdono fino a raggiungere il massimo della loro luminosità. Come lo stesso artista scrisse: “Non so cosa sia la pittura in fondo, ma a me questo è bastato” .

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laura garbarino


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