Detto tra noi, la rinascita del Pop non è certo un mistero. Interessante è osservare, invece, le numerose declinazioni che esso ha assunto, a seconda della provenienza geografica e culturale degli artisti che lo rappresentano. Leggiadro, basato sull’accumulazione sfrenata e, talvolta insensata, di qualunque materiale a disposizione, quello americano. Che produce incessantemente, senza nessun legame affettivo o ideale con la storia, la realtà, le tradizioni. Con una tavolozza kitsch accecante, immagini ironiche, costruzioni e macchine fantasiose. I cui meccanismi, ma anche la pretesa suggestione d’irriverenza, sono fini a sé stessi. Esistono in virtù del proprio funzionamento o benessere. Si guardano bene dal veicolare un messaggio. Sono esseri individualisti e sensuali. Astorici. Che si attengono al costume made in Usa della lettura sinottica degli eventi anteriori.
Il fenomeno Pop, traslato nel Vecchio Mondo, acquista invece ben altra consistenza. Non riesce a liberarsi, ad essere puro erotismo, colmandosi del vuoto definito dalla mistica orientale. Ma finisce per imbragarsi nella trama soffocante dei contenuti da diffondere. Nella necessità di giustificare ogni riferimento utilizzato e rivestito dello spessore della tradizione e purtroppo, del difetto del paradosso. Il lavoro di Jennifer Tee è inscrivibile in questo secondo casellario. Trova delle soluzioni formali felicissime nella creazione di congegni celibi privi di un’utilità effettiva. Sculture la cui estetica mantiene -nonostante si prepongano di assumere grazie alla complessità di oggetti in gioco, l’aspetto di festival, inteso come miscellanea scompigliata di sensazioni- un certo grado di decoro e compostezza, ben lontano dalla routine dell’affastellamento tipicamente statunitense.
L’artista olandese sceglie una gamma limitata di colori che, talvolta, giunge persino alla bicromia. Utilizza materiali, tra i più disparati, con un’attenzione particolare per la ceramica, protagonista assoluta, ad esempio, del lampadario Soon an autre Monde, che dà un tono delicato e femminile alle strutture che va a creare. Insinua impulsi luminosi sfarzosi. Improvvisa collage.
E fin qui tutto bene. Ciò che non convince, che appare come un sovrappiù fastidioso, che l’opera cerca quasi di scrollarsi di dosso, è la montagna di riferimenti alle mitologie tribali studiate dall’artista durante i suoi numerosi viaggi. Ritualità lontane, rilette da occhio occidentale, che in queste costruzioni impossibili, ci rimettono in vitalità per assumere le fattezze del souvenir. E inglobati nel baraccone di citazioni incasellate con ordine scrupoloso nelle strutture della Tee, perdono la propria forza mistica originaria, senza aggiungere nulla alla nuova destinazione, già di per sé autonoma. Diventano lussuria. La stessa tanto deprecata dall’architetto Adolf Loos nel suo scritto Ornamento e delitto.
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www.teeteetee.nl
santa nastro
mostra visitata il 15 febbraio 2006
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