La fondazione del collezionista Davide Halevim opererà su più livelli: graduale trasferimento della collezione privata alla fondazione; mostre temporanee con acquisizione di alcune opere; produzione di mostre di artisti emergenti.
Il primo anno sarà votato al tema della “donna” e la prima mostra è una collettiva di cinque artiste internazionali. Il fil rouge che il curatore Edoardo Gnemmi ha individuato per selezionare fra la produzione delle artiste è la “narratività” e il titolo (ripreso da una serie di Sam Taylor-Wood) si riferisce alla possibilità da parte dello spettatore di immaginare una trama sulla scia dell’iniziale impatto visivo delle foto.
La mostra si apre con un’artista ‘di grido’ come Tracey Moffatt (Brisbane, Australia, 1960), della quale viene proposto il polittico Something more del 1989: le nove fotografie delineano effettivamente una trama, ma poco intelligibile nel suo insieme; la serie di eventi tragici, quotidiani, di gesti d’affetto si risolve in un insieme di suggestioni che comunque rimanda alle origini dell’artista di aborigena adottata da una famiglia
L’ultima sala ospita un primo assaggio di opere della collezione Halevim: foto di artiste come, fra le altre, Nan Goldin, Cindy Sherman, Shirin Neshat e Mariko Mori. Nel primo anno di attività della fondazione seguiranno le personali di un’artista americana e di una italiana (non ancora svelate).
Vista la qualità degli spazi, ampi ed eleganti, e i programmi stimolanti si potrebbe adottare il titolo della mostra anche come augurio per questo nuovo spazio espositivo.
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