Le opere pittoriche esposte alla Fondazione Marconi esplorano con precisione e sintesi antologica i risultati di un biennio di riletture e divergenze. Le composizioni, concesse nuovamente al pubblico, sono sovrapposizioni ritmiche scaturite dalle influenze delle avanguardie quali l’Astrattismo e il Neoplasticismo. Nel lavoro di Gianfranco Pardi (Milano, 1933), infatti, viene scardinata con rigorosa semplicità la regola del contenuto e del contenitore, mischiando con compostezza il fuori con il dentro. L’attenzione all’architettura, in questo senso, va oltre la geometria e fissa il percorso estetico seguendo un processo pittorico teso ad appropriarsi dell’esterno. Creando, infine, per questo motivo, espulsioni di piani alla ricerca della terza dimensione. Col mezzo scrutatore della pittura, curiosamente ascetica e progettuale, l’artista elabora il concetto di spazialità e acquista un’immediatezza che schiaccia ogni luogo ritratto senza ridurne i contenuti, né tanto meno appiattirne i dettagli trascendentali. Nel lavoro di Pardi l’occhio comincia a perdere la razionalità della struttura ortogonale, andando alla ricerca di nuovi equilibri maggiormente legati ad un’angolarità individuale e a sentimenti privati. Le composizioni di questo biennio si arricchiscono di una gestualità pensata, ancorata alla geometria dell’aria, meno portata, quindi, a seguire flusso di informalità che si sta attuando. La sua arte, dunque, propone una pittura fatta di assoluta costruttività , un apparire di concetto, un segno astratto fatto di linee terse ma spezzate, dai colori quasi assenti. Questi tratti essenziali degli spazi di Pardi sono il diretto riferimento dell’invasione applicativa di sperimentazioni e segni non appartenenti alle stesse discipline. E, in un certo senso, con questa mostra, riproposta dopo più di trent’anni, si dona nuova legittimità ad un’estetica che si è mossa tra riscoperte e integrazioni all’interno di mondi quali il disegno, la pittura, la scultura e, infine, l’architettura.
Così, come vere e proprie zolle tettoniche, i luoghi vengono ridotti a impiallacciature di piani, non più esterni, né propriamente interni, piani che scivolano l’uno sull’altro senza incastrarsi mai definitivamente. Quindi Soffitti, Scale, Terrazzi e Giardini Pensili diventano assaggi, frammenti di architetture che attanagliano la realtà e la spezzano in tante pellicole. Perché così, forse, rimanga marcato il senso di sconfitta della realtà -evidenza. Perché in questo modo l’immaginario di Pardi riduca la natura a raccogliere gli avanzi puliti della modularità disarmante ed aerea propria di ogni nuovo edificio compositivo.
ginevra bria
mostra visitata il 5 luglio 2006
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Sobria complessitĂ
Gianfranco Pardi ci mostra un mondo figurativo complesso. Le sue tele compatte eppure attraversate dalle tensioni di cavi e tiranti sembrano costruite richiamandosi a elementi architettonici tanto che le sue opere divengono quasi 'abitative'.
Infatti, una sezione importante dei lavori esposti ora allo Studio Marconi (settembre-ottobre 2008) si intitola proprio 'Poeticamente abita l'uomo', ovvero un verso tratto da 'Celeste sobrietà ' l'ultima elegia scritta da Friedrich Hölderlin:
Martin Heidegger ha scelto proprio questo verso per intitolare un suo saggio, dove come in tante altre occasioni, ha legato il suo pensiero ontologico alle parole di un poeta che, a suo dire, piĂą di ogni altro "muove verso il futuro".
Abitare però é anche trovare pensiero e calare pensiero nello spazio come indica l'esperienza di Wittgenstein che dopo avere scritto il suo 'Tractatus' si dedicò all'architettura costruendo-forse ispirandosi a Adolf Loos- la casa per la sorella Margarethe a Vienna.
Delimitare e configurare lo spazio sembra essere la condizione unica per riuscire a superarlo e potere immaginare l'infinto.
Allora non sarà un caso se la citata lirica di Hölderlin inizia proprio menzionando lo spazio celeste per definire poi la bellezza come misura sobria e austera. La sobrietà complessa e austera che ritroviamo nelle opere di Pardi.