Nell’intento di rilanciare l’astrazione analitica -il cosiddetto fenomeno della pittura pittura degli anni Settanta- e di ritrovare consensi su un mercato che si è rivelato finora inclemente verso questo movimento, nasce nel 2004 a Chiavari la fondazione Zappettini. Su questa scia l’anno scorso apre a Milano una succursale, con il manifesto obiettivo di inserirsi in quel che rimane, nonostante tutto, il più vivace mercato dell’arte a livello nazionale.
L’evento attualmente in corso può essere letto all’interno di un piano di mostre che, attraverso una progressiva rivalutazione dell’astrazione, mira a creare una grande esposizione internazionale che sancisca la definitiva presenza nei libri di art theory della nostrana astrazione analitica. Il progetto è ambizioso, ma il momento può dirsi propizio. Che piaccia o no, la cosiddetta “nicchia astratta” inizia a suscitare dibattito anche in Italia.
La fondazione schiera una formazione che per certi aspetti si assesta su tendenze internazionali: una percezione che coinvolge il tatto e fa ampio uso della contaminazione attraverso materiali industriali. Date queste premesse il clima che si respira in mostra è indubbiamente pop. In questa direzione si inserisce il lavoro di Davide Nido (Senago, 1966), che fa prevalentemente uso di colle industriali lasciando tracce che sono ora bottoni, ora pilloli (così li chiama), ora texture. Riflessioni in bilico tra la sala giochi, la farmacia e una seriosa riflessioni sul colore.
Le opere di Mario Consiglio (Maglie, 1968) partono da un’analoga riflessione sui materiali, ma di gusto più formale, che prende le mosse da lycra e vinile. Il richiamo è a salotti e poltrone sixties, consacrando il design a denominatore comune dell’intera mostra. Il materiale si presenta carico di sensazioni e rimandi, che creano una sorta di figuralità anche laddove questa viene negata.
Vincenzo Marsiglia (Belvedere Marittimo, 1972) sposta l’accento verso l’artigianale: feltri e segni che scandiscono ritmicamente l’opera. La ricerca formale è qui più chiara e il richiamo alla vecchia guardia astratta lo pone come possibile punto d’aggancio verso il progetto complessivo.
La mostra genera molte riflessioni, soprattutto intorno alla ragion d’essere dell’astrattismo oggi. Qualcuno suggerisce una sua connivenza con il potere, altri leggono la tendenza come un bisogno di purificazione da un’overdose di immagini, altri ancora pensano che sia fuori luogo un’analisi dell’arte per categorie, e c’è anche chi vede soltanto una facile manovra commerciale. La questione insomma offre spunti critici e questa mostra, sebbene in maniera parziale e interessata, dice la sua su un fenomeno che sembra seguire alla lettera la vecchia tradizione dell’alternanza.
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