La dogmatica della legge di razionalità è stata tradita. Gli effetti cominciano a slegarsi dalle cause, interrompendo le usuali corrispondenze, e quel che rimane è l’appiglio alle cose, a quelle dimenticate. La tristezza della materia semina il panico del plagio e l’arte libera gli oggetti dal peso della propria funzione d’uso. In questo modo lo scenario dell’idea si semplifica, scarnificato, quasi assolutizzato. E Pier Paolo Calzolari (Bologna 1943) può fare il suo ingresso.
Dopo qualche anno d’assenza, l’artista espone a Milano con nuovi lavori, in due personali aperte in contemporanea (l’altra è alla galleria Stein). L’impressione d’insieme è di ampio respiro: ogni lavoro esposto alla Galleria Cardi è terso e semplicemente luminoso. La chiarezza si manifesta anche negli intenti estetici, immediata e costante, oltre la noia della ripetizione. Le nature morte sono costruzioni precise e meditate che dondolano fra l’ordine certosino e il chaos della decomposizione. Nell’insieme compositivo spiccano violente sfumature di bianchi che si mascherano e si interrompono regalando, per rifrazione, il senso baluginante del non-colore. In mezzo al riverbero di tele scheletriche, rigorose e composte, emergono pennellate tese e spatolate rapide. Il terreno ideale per fare da sfondo al pericolo della materia.
Calzolari, infatti, mantiene l’utilizzo grezzo di quei materiali che vengono detti, in gergo, “precipitati”. Ossia, espulsi, caduti fuori dalle atmosfere del domestico svelato. Fondendo, malleando e scaldando, l’artista modella i metalli allo stato d’origine e ne plasma la forma tridimensionale. Legati alla propria tela di riferimento, sono apposti sostegni in corrispondenza delle tele, quasi a formare un altare. Sul piano di appoggio vengono presentati elementi che richiamano la natività, come uova o panni candidi di feltro, pezzi che portano con sé il seme delle tinte d’origine.
ginevra bria
mostra visitata il 16 giugno 2006
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