Moto e ombre scagliano la pittura oltre la superficie dei propri supporti. Secondo gli schemi pittorici bastano bave di acrilico o di olio, un tratto pastoso, oppure un flusso ombreggiato di lapis, a fare della tela una massa vibratile, tridimensionale, nerboruta. Secondo le leggi della fisica ogni corpo dotato di movimento restituisce all’aria una nota, propagata all’intorno attraverso un’onda sonora. Secondo Terry Rosenberg (Connetticut, USA, 1954) un corpo vivente in movimento non solo emetterebbe suono e luce, ma anche colore. Sfumature vicine all’essenza di chi, inconsapevolmente, le emana e le rilascia. Nella pittura dell’artista americano ogni figura in movimento si scioglie, perde i propri contorni, si destruttura, e infine si rivela. Trasfigurata nella propria luminescenza.
Rosenberg è da sempre portato alla cattura ologrammatica, lineare quasi, del tempo e del moto nello spazio. Quando dipinge rimpicciolisce le distanze fra la realtà e il reale che si avvera. Che questa tecnica sia etichettata come action painting o pittura cinetica poco importa. I suoi soggetti sono ritratti dell’hic et nunc, gli ultimi baluardi vivi delle proprie azioni. Ballerine, giocatori di baseball, coppie di amanti, ignari piccioni o meditatori yoga tutti emergono alle pareti come impressionati più a lungo dell’istante. Spessi residui di reazioni acide.
Alla milanese Nowhere Gallery sono esposte tre grandi tele a olio e una decina di disegni a pastello e carboncino. Le sensazioni che se ne ricavano sono molteplici anche se manifestate all’interno di un tuttunocompatto. L’artista dipinge i soggetti solo dal momento in cui li ha di fronte, in qualità di esseri agenti, unici tramiti attivi e non replicabili, congiunzioni tra la staticità della pittura e l’instabilità degli equilibri umani. In questo modo Rosemberg sottolinea con maggiore forza la rapidità del tratteggio. Una velocità a volte disarmante, affastellata ma non per questo disordinata.
Il ritmo compositivo dunque è urgente. Volteggi e gesti diventano nodi di un flusso continuo che si dipana senza stacco al cambiare della posizione, e quindi della prospettiva, del ritratto. I pennelli tendono a scaricare la densità del colore con velature leggere e dalle rotondità pronunciate, segnando senza pausa ogni mossa. Esattamente come nella memoria chi rimane sulla superficie affida, agli occhi di chi guarda, la propria traccia di sé, senza densità. Così, fasciate in un tuttotondo fantasmagorico, scorreranno senza intermittenza: piroette sulle doppie punte, saluti al sole, amplessi incorporei e iridescenze del piumaggio. Al di là dello spazio e del tempo che una volta, lontani dalla pittura, li separavano. La lontananza e l’equilibrio, dunque, accompagnano l’intero percorso pittorico. Sia l’ossatura del carboncino che la lanugine della pennellata, fanno di Rosenberg un instancabile persecutore alla ricerca del moto in sé e per sé.
ginevra bria
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