Ancora una volta la galleria Pecci è occupata da un’installazione che trasforma lo spazio espositivo. Ma se Sisley Xhafa nella personale dell’anno scorso aveva operato per sottrazione, lasciando quasi completamente vuota la stanza principale, Adel Abdessemed orchestra un intervento totalizzante rispetto allo spazio.
Tutto il soffitto è occupato da lastre di metallo forate in maniera irregolare e attraverso i pertugi filtra una debole luce artificiale. Il posizionamento piuttosto ribassato delle lastre (incombono sulla testa del visitatore) permette una visione prospettica del soffitto posticcio: l’impressione immediata è quella di un cielo stellato. Se però si guarda con maggiore attenzione si scopre la natura di questi fori: sono fori di proiettile.
Abdessemed sembra voler dire che oggi, ragionando sui destini del mondo (quei pensieri ‘grandi’ che si fanno sotto un cielo stellato, appunto) non si può fare a meno di
L’artista, alla sua seconda personale presso la galleria e presente alla Biennale di Venezia 2003 nella “Zona d’Urgenza” curata da Hou Hanru, è nato trentadue anni fa in Algeria, nazione che ha lasciato nel 1994 per fuggire alla violenza che stava toccando anche la sua carriera artistica; si è così trasferito in Francia e ha ottenuto la doppia nazionalità. In seguito ha conosciuto le realtà di New York e Berlino, dove risiede attualmente.
Non a caso, quindi, nelle sue opere ricorrono i temi del conflitto fra culture, del razzismo e delle imposizioni sociali e politiche, ma soprattutto il tema dell’identità e della dignità spesso negata: nei suoi lavori precedenti (spesso performativi, molti anche i video, alcuni dei quali visionabili in galleria) il protagonista dell’opera è di volta in volta ridotto a spremiagrumi umano, a “Crisalide”, a fornitore di prestazioni sessuali, a ‘negro’ che ‘deve’ diventare bianco sotto una doccia di latte versato da una mano altrettanto bianca.
Tutti questi temi ‘pesanti’ sono però nella maggior parte dei casi solo oggetto di allusione e non di riferimento diretto, in una forse eccessiva anche se consapevole estetizzazione. E’ sicuramente il caso della “Notte” presentata in questa mostra: se l’opera risulta esteticamente affascinante e sufficientemente suggestiva, la delusione può essere quella di aver visto qualcosa di ‘bello’ ma poco pregnante, il cui ricordo scivola subito via al contatto con la città così intrisa (lei sì) dei problemi cari ad Abdessemed.
stefano castelli
mostra visitata il 18 ottobre 2003
Fino al 27 marzo Alveare Culturale, spazio milanese in continua trasformazione, ospita la mostra “Donne che escono dai muri”, personale…
È in corso alla Galleria Lia Rumma di Milano Sharpen Your Philosophy: con un corpus di opere recenti tra sculture,…
Alla Galleria Gaburro di Milano, fino al 30 maggio 2026, va in mostra la prima personale italiana di Iain Andrews,…
È morto a Firenze a 91 anni Carlo Frittelli, gallerista e collezionista, fondatore con il figlio Simone di Frittelli Arte…
Un corteo tra storia e cultura pop: Shame Parade di Bugarin + Castle ripensa i rituali di vergogna collettiva nella…
La mostra "SUMIE x KAWA" alla galleria Numero 51, a Milano, diventa un pretesto per ripercorrere il lungo legame tra…
Visualizza commenti
Non direi proprio che appena usciti della mostra il ricordo di essa scivoli via! Anzi penso spesso al momento spiazzante che ho avuto quando dall'illusorio cielo stellato ho percepito i fori come colpi d'arma da fuoco...