Nel 1982 le tele di Eric Fischl ponevano il pennello come un titano in mezzo al divertimento decadente e autoreferenziale della middle-class americana. A più di vent’anni da The old Man’s Boat and the Old Man’s Dog (Saatchi collection), di quel titanismo, nonostante la mania pittorica che sta di recente invadendo le nostre città, non rimane più nulla, se non forse il soggetto iconografico della navigazione con un gruppo di amici.
Angelo Mosca (Chieti 1961) con Un giorno in barca ripropone questi temi, ma parla di semplice mollezza vacanziera, di relax e al massimo di qualche pettegolezzo tra prua e poppa. Con vena buonista l’artista guarda all’aria un po’ spaurita dei suoi compagni di viaggio, immergendo soggetti e osservatori in un medesimo stato di incanto. Siamo di fronte al caro vecchio tema barca-fuga dalla realtà. Mosca parte con i suoi amici su un vascel insieme a Lapo e Guido, incantato dal mare, ma ben fuori dal mondo e da ogni suo rumore. La terra scivola via e la vediamo allontanarsi dal vetro di un oblò.
In galleria c’è spazio per un rosario di materiali e tecniche diverse, che mantengono come cifra comune il gergo marinaresco: ai paesaggi circolari dipinti su tavole in mogano, seguono disegni tracciati sul tessuto idrorepellente delle carte nautiche e poi wall painting, tela, collage. Tutti su e giù cullati dalle onde. Mentre le inquadrature e i tagli del disegno seguono l’equilibrio del moto ondoso. Insomma, una domenica davvero troppo tranquilla.
Lontani come si è, in mezzo al mare, la pittura affiora un po’ come un ricordo e i colori sono scoloriti, chiari, quasi sciupati dalla salsedine. Ma il gioco appare un po’ troppo evidente e rischia di cadere nel lezioso. Impossibile infatti a questa distanza conoscere cosa succede là fuori nel mondo. E nemmeno sapere che da qualche parte in Europa e oltre Atlantico c’è chi dipinge in maniera piuttosto convincente, permettendo ad un mondo intero di rispecchiarsi al suo interno. Dipingere sopra i segni tracciati col frottage, ricalcando le scanalature di un termosifone, non basta per convincere dell’attualità del proprio lavoro. Seguire queste linee potrebbe essere la rotta per tornare al porto, a quel mondo che si è lasciato alle spalle, ma l’operazione appare di ingenuotto sapore modernista.
Come nota a margine, non si può fare a meno di notare che l’artista si colloca a margine dalla linea politica della galleria, che a maggio 2005 dichiarava di voler proporre “giovani talenti emergenti e prevalentemente sudamericani”. L’invito a Luger è di ritornare sui suoi passi.
alberto osenga
mostra visitata il 19 gennaio 2006
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e bravo alberto. obiettivo centrato e affondato
soprattutto affondato...
mamma mia! che coraggio questo sconosciuto commentatore d'arte, forse un po personale il tentativo d'affondo!
Tanto nel prox F.A. italia il commento alla mostra sarà di tutt'altra natura e opinione!