Già lo scorso anno Michel Verjux (Chalons sur Saône, 1956. Vive a Parigi) era transitato dallo Studio Invernizzi nell’ambito della collettiva “Segni di luce”, curata da Giorgio Verzotti. Allora si trovava in compagnia di altre opere realizzate con luce artificiale, datate dagli anni ’60 al 2004, a partire dall’immancabile Dan Flavin. E aveva proposto un lavoro inaspettatamente colorato, quasi gioioso.
In questa personale ritroviamo un Verjux “minimale”, che si concentra sul bianco purissimo del chiarore, quasi una Lichtung heideggeriana. Ma a guardar bene prevale uno dei due aspetti che caratterizzano la luce intesa in senso fisico, cioè il suo essere anche di natura corpuscolare. Luce lattea, inopinatamente fuor di metafora. Che gioca col proprio opposto e complementare, l’ombra che essa stessa crea dando vita all’altro da sé, senza il quale sarebbe nulla. Come nulla sono i lavori site specific quando una luce ben più antica invade gli spazi dello studio milanese: le radiazioni solari, filtrate dall’atmosfera terrestre, annullano l’intervento di Verjux, o almeno lo fanno tendere al limite dell’invisibilità . Mentre, quando cala la sera, rinascono i giochi di luce e ombra creati ad hoc per dialogare con lo spazio architettonico. Così le finestre raddoppiano, i pilastri aumentano fra solidità e sostanzialià eterea, aloni quadrangolari si percepiscono scendendo le scale della galleria. Troppo aulico? Lo scrive l’artista stesso: ”Prelevare, prima ancora di creare qualunque cosa. Ma possiamo fare arte con meno ancora: non prelevando una cosa qualsiasi, ma rilevando un oggetto piuttosto che un altro, un frammento di mondo, qualcosa che è già qui”. E tuttavia non si tratta di tre atti separati e distinti, come più avanti ammette anche Verjux.
Ciò che conta è il “dosaggio” di ogni elemento significativo, nel senso della rilevanza certo, ma innanzitutto della significazione. Allora scrive bene e argutamente Scotini, che l’apparente debito contratto con Josef Albers -i celebri quadrati recentemente esposti anche a Bologna- in realtà cela un percorso addirittura opposto. Verjux innesta la “poetica” albersiana in un nulla creativo; in altre parole, proietta l’assenza del quadro e nel far ciò crea quella stessa assenza. Pieno e vuoto si confondono. E il discorso si complica con un gesto banale: basta porre la propria presenza fisica fra il proiettore e il proiettato per confondere ulteriormente le acque. Qui crolla una certa certezza wittgensteiniana, evocata dallo stesso artista. Con un gesto semplicissimo, al capo opposto del sublime. Passages che odorano di vita e di fisiologia, e che scardinano con la loro semplicità corporea i lazzi dell’intelletto.
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