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fino al 24.XI.2007 | Hyunjhin Baik | Milano, Viafarini

di - 29 Ottobre 2007
Gli sguardi s’incrociano, come lame di luce o spade. Duello oppure gioco. Situazione di un doppio, posizione di un taglio. Lo sguardo funziona come una gettata: campisce, suddivide, separa, distanzia. Apre lo spazio di una visione, delimita il campo di una scena. Una scena che nell’arte si chiama vuoto organizzato e che in psicanalisi è detta fantasma. Quel posto che smette di essere un luogo per diventare spazio.
Sembra essere questo il pensiero sotteso ad Adjective Look, la nuova personale ospite degli spazi di ViaFarini. A farla da padrone, negli spazi intra moenia, un giovane musicologo, Hyunjhin Baik (Seoul, 1972). Dopo due mesi di convivenza in galleria, l’aria sembra essere rimasta l’ultimo legame col mondo di fuori, con gli schemi leganti di chi crede di guardare e vede soltanto. L’artista coreano porta in ViaFarini quattro tavoli da ping-pong, alcune tele dipinte di grandi dimensioni, una serie di sketch (He saw a traffic signal) e, per finire, una serie infinita di dettagli. Se di primo acchito l’esposizione può risultare eccessivamente eteroclita, la diversità del materiale in mostra e la capacità collante del sonoro diventano un buono spunto per investigare sulle incoerenze, le interruzioni semantiche lasciate da Baik.

Un suono di palline da rimbalza fra i muri. Mentre fin dalla prima parete cominciano gli avvisi. I moniti. Lungo il primo antro d’ingresso, una macchia di pittura verde campeggia, poco sopra un reticolato. Un tracciato che assomiglia al vettore partito da uno specchio. Una superficie che riflette più e più volte. Poco lontano, da una bottiglia d’acqua cresce il germoglio di una cipolla, posta in bilico sull’apertura del collo. Nella sala principale, un tavolo da ping pong, il primo, è vuoto. Sul secondo sono impilate due scatole di palline. Sul terzo si spandono palline calamitate dorate. Sul quarto, della schiuma da viso rimane solida, spumosa, accanto a due racchette, mentre dall’altra parte del campo cresce un albero interrato. Tutt’intorno, dalle tele, molti visi impastati di colore guardano. Come una folla, senza direzione. Il tratto a-prospettico e batik dell’artista coreano un po’ sconcerta. I soggetti, sovrapposti nelle composizioni, sembrano essere l’unica traccia di sagome umane. Il famoso pubblico che osserva, distante. Ognuno dei volti è padrone di uno sguardo che getta (ad-jective), che getta scompiglio. Irriverenza e mistero nell’interpretazione di alcuni racconti lasciati alle bocche, alle voci degli oggetti. Quelli sparsi ai piedi delle pareti. Una carabina vera racconta di una caccia, la testa impagliata di una cerva, dalla parte opposta, racconta di un trofeo. Un fucile di legno racconta di un suicidio, un suono di giocatori racconta di due fantasmi.
Un enigma, questa personale, che porta con sé un vanto. Porta con sé la presa diretta sulla curiosità di chi si trova in mezzo. Adjective Look porta con sé l’impulso artistico non ricoperto di oscurantismo e di soluzioni intricate, lasciando libero sfogo alla semplice visione di una coreografia. Di una scena che, anche se non sempre attenta, per lo meno non trattiene lo slancio sulla varietà.

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mostra visitata il 3 ottobre 2007


dal 21 settembre al 30 novembre 2007
Hyunjhin Baik – Adjective Look
Viafarini
Via Farini, 35 (zona Cimitero monumentale) – 20159 Milano
Orario: dal martedì al sabato ore 15-19
Ingresso libero
Info: tel. +39 0266804473; fax +39 0266804473; viafarini@viafarini.org; www.viafarini.org

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