Categorie: Libri ed editoria

Roberto Gramiccia, Teoria della Fragilità: un saggio contro la retorica della forza

di - 15 Aprile 2026

Roberto Gramiccia è una personalità del mondo artistico contemporaneo riconoscibile. Negli anni si è creato un seguito e un suo spazio come critico e saggista prolifico, arrivando a smuovere interesse, coinvolgere e attivare partecipazione di artisti e pubblico, attraverso una modalità generosa e al contempo dissidente, ovvero di chi si discosta dall’ufficialità della dottrina in tutte le sue forme.

Si poggia su una struttura di personalità vera, vitale, un modo convincente della volontà, tanto da arrivare spesso dove molti restano insabbiati rispetto ai miraggi del sistema culturale. E questo provenendo da un contesto lontano, difficilmente riducibile alla produzione e alla ricerca intellettuale, impalpabile come è quella dove risiede l’arte. Roberto Gramiccia ha una lunga carriera nella cura, che nel suo caso va intesa anche come la professione medica, dal momento che è prima di tutto un professionista della medicina, un medico: un curatore.

Da qualche mese ha consegnato alle stampe un testo nuovo: Teoria della Fragilità – alla ricerca di un potere nascosto, scritto con la collaborazione di Ginevra Amadio. Il volume, edito da Diarkos, pone l’accento non tanto sulla dualità fragilità/forza, come perimetro del dominio dell’una o dell’altra, quanto su un risvolto metodologico dove nella fragilità si trovano le risposte a quelle necessità che noi deputiamo alla forza. E per anticipare il senso di quella che suona come una carambola, l’autore rovescia il teorema cartesiano Fragile Ergo Sum ma con una tesi accompagnata da solidi riferimenti teorici, primo fra gli altri Arnold Gehlen, eminente antropologo e filosofo tedesco.

Vincenzo Scolamiero

Se l’uomo è un essere manchevole sin dall’esordio come fenomeno sulla terra, ovvero ontologicamente fragile in un contesto ostile, la natura, la risposta umana a questa condizione è la tecnica. La tecnica è la risorsa intellettuale che ha permesso la sopravvivenza della specie, di cui l’arte è essa stessa una espressione, una parte.

Tutto ciò che è umano è culturale. Per questo la cultura, il sapere, la tecnica non sono altro che la manifestazione della fragilità dell’uomo rispetto all’ambiente naturale, ovvero tutto ciò che lo caratterizza, la materia stessa di cui è fatta l’esperienza umana. Non vi è una declinazione compassionevole e consolatoria in questo, anzi, è il rigetto della modalità pietosa e vittimistica. Dato che il compassionevole non dà mai aiuto a chi lo chiede, questa è piuttosto l’offerta di una prospettiva diversa, che è vincolante al dato di fatto, perché la fragilità è la risorsa.

In questa ricomposizione, quindi, c’è l’ipotesi di un modello diverso, che permette proprio la chiusura della conflittualità duale, il forte e il debole, sia come movimento interno all’individuo, che alla pantomima agita nella collettività, dove la fragilità porta alla passività compassionevole, appunto, alla distrazione, alla rinuncia. Mentre qui è proposta come punto di osservazione fattuale, e per questo necessario, dal quale si liberano energie, energie vitali. E lo si fa sottraendole al conflitto, alla scissione introiettata moralmente o moralisticamente, insita nella ideologia della post-modernità, dove l’eccesso di rappresentazione del forte contro il debole, rende queste categorie delle totalità saturate e inservibili, che separano le coscienze e i processi identitari in formule senza scampo, castranti, deterministiche.

Processi e individui per altro sommersi da ogni tipo di conforto, paradossalmente, di vizio offerto proprio dalla tecnica recente che attraverso la merce, il consumo, il sistema dei segni veicolati dal mercato riduce l’uomo a una infrastruttura di apparenze digitalizzate. E dove i dispositivi mediatici sono produttori solo di status illusori, ambizioni di appartenenza, che invece celano e rafforzano solo logiche di controllo, separazione, ma non di emancipazione e crescita positiva.

Bruno Ceccobelli

Se accettiamo di vedere la fragilità come ipotesi di lavoro imprescindibile, come motore, non possiamo fare altro che includerla nel modello operativo, nel margine di azione che ci permette di recuperarla.

Secondo Gramiccia, la fragilità è la creta di cui siamo impastati, non la stigmatizza come male da obliterare, rimozione indesiderata dal mercato, che garantisce eternità e infinita replicabilità, disumanizzazione dei processi. Al contempo se l’autore distingue fragilità sociale e individuale, pone l’accento su un terzo tipo di fragilità di deriva esistenziale, e la indica come un deterioramento successivo delle altre due. Una condizione che in questo caso spegne il motore, poiché incapace di recuperare quel margine in cui, in ciò che è fragile, può esserci la risorsa, quella che contiene una risposta imprescindibile ed evolutiva, poiché è l’ipotesi vitale, la via che può risolvere e superare l’annichilimento.

Pierluigi Isola

Una buona parte del libro è dedicata a una distinzione fra fragilità attiva e passiva, dove la passività è integrata e funzione nella auto-conservazione dell’esistente. Unica certezza, ulteriormente costretta da una “rivoluzione digitale” che è la più grande riduzione alla passività generata dalla storia recente. Ed è per questo che tutta la seconda parte della sua tesi è dedicata proprio a una lunga carrellata di quelli che chiama i “fragili eroi”. Lo snodo definitivo del libro, perché questi fragili sono esemplari. E sono la prova provata di una possibilità, dimostrata, avverata, poiché hanno fatto progredire la storia attraverso la loro condizione e per via di questa. Entriamo nel filo del tempo umano scandito dagli uomini, dai miti fondativi di Enea fino a Mario Schifano e oltre, passando per Gramsci, Rosa Luxemburg, Leopardi, Kafka, Stephen Hawking cittadino del cielo.

Silvia Stucky

Il libro, per Gramiccia, è stata l’occasione per un rispecchiamento involontario ma calzante che ha coinvolto l’arte insieme alla scrittura. Fragilità come motivo anche del progetto espositivo organizzato alla Biblioteca Vallicelliana, situata nel Complesso Monumentale dei Fillippini a Roma.

La Biblioteca Vallicelliana è una reliquia, fragile e sacra come la chiesa cui sta a ridosso. Un forziere di ingegno apicale, che resta in vita sul punto della meraviglia e che, nel momento della sua caducità estrema, non crolla ma si riafferma. Atto paradigmatico che esprime una precisa forma della tecnica in quel dato momento del tempo. La costruzione per eccellenza dell’umano in senso ampio, la casa, l’architettura, il sapere catalogato, il luogo del racconto, la biblioteca. Un resto.

Alberto Timossi

Il progetto espositivo, intitolato Fragile Ergo Sum, visitabile fino al 19 marzo e accompagnato di una serie di incontri, grazie anche ad Alberto Dambruoso, storico e co-curatore della mostra, ha dato l’occasione per portare una mostra di arte del presente dentro un posto precipitato nell’affondo plurisecolare della storia. Una collettiva di artisti che hanno dovuto inserirsi, tutti dentro, tutti insieme, nel grande e monumentale salone del Borromini. Consapevoli della sproporzione di misure si è opposto all’abisso del luogo, canone di dimensioni e categorie fuori scala, un gesto di presenza obbligata, viva, che riecheggiava di fragilità ma, proprio per questo, ne portava a conclusione il discorso. La cosa più importante, quindi, dimostrare la tesi.

Stefania Fabrizi

Il saggio di Gramiccia è stato una occupazione fisica, che ha reso attivo per una frazione di spazio la Biblioteca Vallicelliana, diventata l’assioma di fragilità specchiante. La tecnica nella decrepitezza maestosa, nello splendore irriducibile e per questo destinata al dimenticatoio, perché inaffrontabile. Eppure, infine affrontata con ciò che si ha, nonostante tutto, sempre, fragili eroi del presente. A cospetto delle potenze terribili degli avi, i quali se non vogliono essere disturbati nel loro sonno, lo stesso vogliono essere ricordati, come pulsanti di vita e sangue mentre incontrano il nostro sguardo.

In questo segmento di operazione complementare al testo, gli artisti, in numero di 101, sono convenuti con un un’opera ciascuno, appena più grande di una cartolina, collocata nelle teche di legno che occupano lo spazio quasi basilicale della poderosa sala.

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