Alle pareti sono appese giungle fluorescenti, reti esotiche, saghe della vanità . Le tele esposte sono vetrate coloratissime che riflettono, filtrano e poi rifrangono ciò che vedono. I lavori sono quelli di Sarah Van Hoe (Bruges, 1983), giovane artista belga, bionda e raggiante. Una personalità spigliata che impasta senza respiro materia e moto pittorico. Una visione artistica esuberante e rigogliosa, che, per fortuna, pecca di incisività .
Il percorso formativo della ragazza belga passa per il mondo della moda, atterrando poi sulla pista dell’arte. Si diploma in disegno tessile, quindi arriva alla laurea in pittura e metodologia della progettazione artistico-teatrale, conseguita all’Accademia milanese di Brera. La mappa multiforme delle esperienze fatte le permette tuffi e volute che precipitano in diverse direzioni. Il risultato di questi voli sono sperimentazioni non frequenti, e da segnalare, fra le nuove presenze artistiche. Di Sarah Van Hoe sono interessanti le intersezioni materiche e i conseguenti sbandamenti percettivi che ne fioriscono. Il continuo mescolarsi di stili, tecniche, colori e temi, ricama uno spazio particolare tutto dedicato al racconto. Il risultato di queste letture sono imprevedibili addizioni. Delle impalcature onuste che rivestono stanze. Vere e proprie scenografie per ritratti di una tribù pop-fiamminga, sempre pronta a mettersi in mostra.
E alle pareti compaiono vite vissute da arlecchini blasé. Dive del cinema-carioca, virago post-punk, eunuchi adagiati e veneri senza posa. Guardandoli non è impossibile immaginare un dialogo fra loro. Ognuno di questi personaggi riscatta la propria staticità e la fissità invadente della bellezza attraverso parole scritte in ogni modo. Ritagli, decoupage, lettering e fumetti vengono sparpagliati sullo sfondo di ogni tela, in apparenza senza motivo.
Sembra che i pensieri scritti dall’artista siano stati fatti apposta per non lasciare che il fasto eccessivo del tratto pittorico porti al silenzio della perfezione. La finitezza del lavoro deve dunque rimanere impunita. Mentre d’altro lato, l’opulenza spessa dei colori e delle texture è occupata a stordire, benevola, lo sguardo dello spettatore.
I tessuti, le stampe, i graffiti, i collage e le intersezioni patchwork, infatti, sono accostati tra di loro con il massimo della frenesia. Ed è questa corsa folle verso i confini dell’esistente che, a tratti, risulta asfittica, carica di elementi eterocliti. Ma la serie di lavori esposti ha il pregio di creare un mondo allucinato, a sé, senza irrispettose pretese artistiche. Vero è che Sara Van Hoe riesce a mantenere uno stile pulsante ed effervescente in ogni caso. Anche quando sembra che i soggetti rappresentati cambino stile o apparenza. I ritratti dell’artista belga variano in maniera vibrante, seguendo le decorazioni degli stampati, o l’iconografia delle Long-Tall-Sally,dimostrando una volta di più l’apertura mentale di chi è ancora docile, in ascolto. Non resta che augurarsi, tra qualche anno, di rivedere nuovi lavori forse meno carichi, ma ancora, preferibilmente, vividi. Come quelli di questa prima personale milanese.
ginevra bria
mostra visitata il 1 febbraio 2007
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