L’immagine è presenza sospetta, come ripeteva Sartre, è doppio, simulacro bugiardo. L’immagine però non è una replica, è un riflesso incompleto, cesura caustica di un passaggio unico, di un moto sospeso. E la fotografia fa parte di questa sezione del mondo, eslege, nomade ferma in un posto. L’obiettivo scava il reale e diventa un luogo per far succedere. Così quando nemmeno l’occhio da solo registra, la pellicola impressiona, senza storia, tagliando di netto i filamenti di scarto. Così il momento dello scatto si riduce ad un pensiero, un ponte rapido. Come l’Oriente che entra nell’Occidente. Nella fotografia di Iosif Kiraly (Romania 1957) quest’apertura, geografica e mentale, continua a raccontare, a narrarsi. La visione dell’artista è quella di un occhio a tutto tondo. Per Kiraly, infatti, la fotografia appiana il tempo, rendendolo un continuum frammentato. Come un dispositivo che sbriciola il molteplice, riducendolo ad Uno, i lavori del fotografo rumeno sono una visione complanare degli abitudinari legami instaurati tra cause e effetti. Kiraly decostruisce gli scenari che fotografa attraverso l’inserimento di scatti differenti, anche se riferiti allo stesso paesaggio.
Il suo modo di lavorare la materia fotografica, secondo la tecnica del cut-up, ha richiami immediati col montaggio cinematografico e con la letteratura americana degli anni Cinquanta. Ma nel contesto della storia rumena assume un significato e un’espressività di maggior spessore. La Romania ha subìto radicali cambiamenti politico-economici a seguito della caduta del Regime dittatoriale e della successiva apertura del Paese al sistema occidentale. Questo effetto di sbalzo, di inciampo, si avverte nei soggetti di Kiraly e restituisce la sensazione del crollo successivo al cambiamento.
Dunque, aldilà degli scatti/documento del caos stradale, della semplicità desertica o della modestia domestica, l’artista guarda. E quel che fa vedere è una fotografia che non dimentica. È uno scatto che sgretola quel che c’è interrompendo la linea del presente. Di modo che i volti servano da ammonimento, da epifania, da annuncio manifesto. Kiraly, infatti, usa l’assemblage fotografico come una clessidra rotta, con la sabbia sparsa. I soggetti composti di più sfaccettature includono in sé medesimi la loro storia, trattenuta secondo la logica della convivenza di più sedimenti temporali. In questo senso il ricordo lascia una traccia ben precisa che, come l’evolversi della situazione politica rumena, è in cerca di un territorio. Così la fotografia permette di scivolare oltre i confini degli atlanti ridisegnando una mappa di corrispondenze che salva e conserva i cromosomi unici della memoria.
ginevra bria
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