Uno dei tratti che secondo Achille Bonito Oliva distingue gli artisti della Transavanguardia è il “tenere le mani in pasta”, letteralmente. Un piccolo nugolo di artisti gioiva dell’addensarsi della materia pittorica sulla superficie, che forma cumuli e croste, che si scalfisce a volte fino a rivelare l’anima grezza della tela, del piacere del colore, del gesto pittorico e del disegno. Tutto questo succedeva negli anni Settanta, dopo un decennio in cui le opere si erano dissolte in concetti e l’arte era divenuta una questione prima di tutto politica e sociale. A circa trent’anni di distanza, Mimmo Paladino continua ad esprimere una poetica soggettiva, “nomade”, che si sostanzia del rapporto intimo con la “materia dell’immaginario”.
Reduce da una recente esperienza cinematografica, Quijote, accolta con consensi all’ultima Biennale di Venezia, Paladino torna ad esporre a Milano, dove rivela implicazioni cariche della sua avventura in veste di regista. La serie Fotogrammi/Pitture Armate, che costella un’intera parete della Galleria Cardi, nasce dallo stesso principio con cui ha montato il suo film: la produzione del senso è affidata alla disposizione delle singole scene, nella fattispecie dei singoli quadri, ma non è vincolante. Come dire che rimescolando le carte, potremmo ottenere un’altra storia. Le 34 piccole tele sono sistemate in cornici in ferro, realizzate con estensioni che sembrano in realtà oggetti pescati nella bottega del ferramenta. All’interno, nature morte, teste in rilievo di animali, paesaggi e i suoi tipici ritratti, ieratiche e mistiche teste calve riprese dal collo in su.
Tre grandi tele riempiono le altre pareti dello spazio espositivo: tornano i suoi temi di sempre, la costante primitiva, i frammenti, i crittogrammi, che sono al tempo stesso enigma e soluzione. Anche la palette cromatica non ha subito dei veri mutamenti e va dall’esplosione del rosso vivo, ai colori terrosi, l’oro, il nero e un imperturbabile blu alla Yves Klein, pittore con il quale condivide la componente spirituale nell’arte.
Un momento decisamente prolifico per l’artista campano, visto che a queste tele monumentali vanno aggiunte le opere esposte nella seconda sede della galleria dove, oltre a una serie di piccole tele notturne, sono in mostra vari lavori su carta realizzati con tecnica mista (come già in Laboratory, nel 2000) in cui emerge il suo lato più ludico e scapigliato. Il repertorio segnico di Paladino è rimescolato nelle varie opere ma richiama sempre se stesso come una scrittura magica. Elmi, croci, simboli dell’infinito, mani: cifre che evocano un’arte arcaica, indifferentemente di matrice classica o egizia, come suggerisce Danilo Eccher.
In concomitanza con la mostra alla Galleria Cardi, anche Christian Stein ospita due grandi tele affrontate che fanno da contraltare ad un’installazione di statue in legno parzialmente carbonizzate. Anche qui il fuoco ha ridotto i corpi a dei frammenti: un braccio, una gamba, una testa. Appese al muro come reliquie, in attesa che lo spettatore ne contempli il mistero profondo.
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