Un blocco di marmo bianco di Carrara reso quasi trasparente dalla levigatura. Ogni lato della scultura presenta una scena diversa: un uomo seduto con le mani giunte ed un volto che esprime angoscia, attesa, dolore; due giovani che si tengono per mano; un albero che sorge dal piano di marmo, le foglie sembrano sferzate dal vento. L’opera cambia continuamente forma.
E’ questo Grande racconto (2004) di Giuliano Vangi (Barberino del Mugello, 1931), che accoglie i visitatori fuori dalla Rotonda della Besana. Un’opera in divenire che muta sotto gli occhi di chi guarda, basta spostarsi di poco attorno ad essa. Un racconto che si srotola sotto gli occhi dello spettatore; narra di angoscia, di dolore, di speranza. Il racconto della vita dell’uomo, mai uguale a se stesso.
E’ l’uomo con i suoi timori e la sua vita dolorosa il protagonista delle opere di Vangi, artista straordinario, capace di realizzare sculture “in movimento”, quasi “metamorfiche” come Grande Racconto oppure di assoluta immobilità. Ricordo (granito, 2004) fronteggia Grande Racconto sul prato della Rotonda. E’ una di quelle figure immobili, così tipiche di Vangi, che sembrano imprigionate nei loro abiti. Da un compatto parallelepipedo di granito, quasi una bara, sul quale le mani sono tracciate con un’incisione sottile, emerge affilato un viso di donna, con un’espressione indecifrabile. Sul suo volto si può leggere paura, ansia, concentrazione; gli occhi guardano di lato, come se cercasse di fuggire da qualcosa che ha alle spalle, ma ne fosse impedita dal blocco pesante del suo immobile corpo.
Le due opere sono qui presentate al pubblico italiano, prima di raggiungere la loro destinazione definitiva, un museo in Giappone. Questa l’occasione dalla quale nasce la mostra. Undici sculture ed una trentina di disegni preparatori che attingono soprattutto alla produzione recente (e inedita) dello scultore toscano. Sculture in legno policromo, marmo e granito, bronzo.
Uomo vestito in grigio (legno policromo, 2000) figura sottile, quasi un automa con lo sguardo fisso nel vuoto parla dell’alienazione dell’uomo, del suo smarrimento esistenziale, che Vangi interpreta con grande poesia. Ancora una volta lo scultore affida il proprio messaggio al volto e alle mani – strette a pugno in un gesto deciso – uniche parti realmente vive di un corpo che non risponde più e che sembra un’immobile prigione.
Nelle opere in bronzo (tutte recenti, datano 2003 e 2004) lo scultore abbandona le forme limpide e levigate, la superficie delle statue è percorsa da impronte e graffiatur
L’allestimento è efficace: le sculture sono distanziate l’una dall’altra in modo che sia possibile girare loro intorno, osservarne ogni lato. Alle pareti i disegni preparatori, dove la figura tracciata a carboncino o matita campeggia su un grande foglio bianco. Ancora la solitudine dell’uomo, ma il disegno di Vangi non possiede l’intensità espressiva delle sue sculture. Forse perché reso statico dall’obbligo delle due dimensioni, forse perché manca di quel “divenire” che trasforma le sculture in un racconto.
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