La Galleria Artesanterasmo, in collaborazione con Fidia, presenta un aspetto finora poco indagato di Ardengo Soffici. Per la prima volta, sono, infatti, esposte tre fusioni bronzee, che l’artista realizzò negli anni Trenta.
Il pittore e scrittore toscano approdò a questa forma artistica durante il suo periodo di formazione a Parigi, città in cui continuò i suoi studi sul nudo e venne a contatto non solo con il cubismo di Picasso, ma anche con i lavori di Rodin. In mostra sono presenti due disegni realizzati nella capitale francese: “Nudo n°6” e “Nudo di schiena n°7”. In questi disegni giovanili, si denota un tratto largo ed un abile uso delle ombreggiature, sebbene si tratti di realizzazioni ancora accademiche.
Negli anni successivi, Ardengo Soffici si dedicò soprattutto all’attività critica, prima dalle colonne di “La Voce” – rivista fiorentina, di cui fu il fondatore nel 1909, insieme a Papini e Prezzolino – e poi da quelle di “Lacerba”. Su questi giornali, nel 1909, scrisse: “una scultura italiana, oggi come oggi, non esiste…la scultura è addirittura morta”. Nonostante queste previsioni catastrofiche, coltivò il suo interesse per artisti come Boccioni e Rosso.
In mostra sono proposte una cinquantina di opere, tra disegni e dipinti, che permettono di ricostruire il percorso di Ardengo Soffici, prima e dopo il primo conflitto mondiale. Si tratta di tele, come Contadini (1910), in cui si nota l’impianto monumentale delle figure; di xilografie come Piani e linee di una donna che si pettina (1912), che testimoniano la possibilità di conciliare cubismo e futurismo; ed infine di lavori come Fanciullo dal fiore (1928), che rappresentano l’adesione dell’artista al rappel à l’ordre.
Solo nel 1930 Ardengo Soffici mette a frutto tutti i modelli estetici maturati negli anni. Il suo obiettivo è quello di portare avanti in scultura un’ipotesi pittorica, provando a trasferire nel tutto tondo effetti tipici della pittura. Realizzerà solo cinque opere. Le uniche tre rimaste sono presenti in mostra sia nei calchi che nelle fusioni in bronzo.
In Donna che lavora a un cappello di paglia (1930), in cui il soggetto popolare ricorda l’adesione dell’artista a Strapaese, si nota la tecnica che unisce la spatola con l’uso della mano nuda. In Donna incinta (1931), l’impostazione è classica e risente dell’arte antica e rinascimentale. In Lettera d’amore (1931), opera che assume la morbidezza della cera, l’autore mette a frutto la lezione di Medardo Rosso, facendo scorrere i profili con delicato lirismo.
Silvia Turconi
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Credevo che soffici non fosse anche uno scuoltore. Comunque bello!!!
complimenti per il sito e soprattutto per l' articolo su Soffici, andrò a vedere la galleria questo pomeriggio!!!!