Mostri, animali notturni, Alice in direttissima dalle meraviglie. L’universo di Kiki Smith (1954) non conosce limiti. Né di tecnica, tanto meno di riferimenti. Che sfociano nella sua ultima fatica, una personale da Raffaella Cortese, una galleria che, peraltro, ultimamente ha destato parecchio interesse su di sé, con la proposta di un parco artisti internazionale di ottimo livello, e con una serie di affari interessanti, non ultime le acquisizioni guadagnatesi durante l’ultima edizione di Artissima. E che, con Kiki, ha fatto sul serio bingo.
What is at hand è innanzitutto un discorso sull’incisione. La tecnica, tralasciata ed a volte disprezzata dalla contemporaneità, è qui recuperata con una sensibilità -e manualità- epidermica, tale da lasciar intravedere attraverso velature e trasparenze di colore, particolari eseguiti con maniacale precisione disseminati sulla superficie dell’opera. Dal gesto, fresco ed immediato, fa capolino lo sguardo stupefatto di Judy Garland, il piumaggio dell’ala di un falco, l’autoritratto della Smith. Tutti immersi in atmosfere oniriche, surreali, che fanno pensare ad un volume antico di fiabe nordiche, dalle quali affiorano, prepotenti, riferimenti ai maestri dell’incisione, primi tra tutti Escher, con le sue costruzioni ai confini con la realtà, e Albrecht Durer, grafico ed alchimista. L’opera al nero, mai dichiarata, talvolta allusa, intesse così trame di mistero negli sfondi sognanti realizzati dall’artista americana. I suoi paesaggi, le virate degli sparvieri su territori impossibili, i volti attoniti ed allunati delle protagoniste femminili richiamano alla mente un immaginario esoterico, affascinante, quanto respigente. Il cui effetto complessivo è rafforzato dalla serie di sculture, di dimensioni ridotte, che animano lo spazio della galleria e che costituiscono da disimpegno dall’esercizio di lettura dell’immagine artistica, ma anche letteraria, richiesto allo spettatore.
Ma non solo. La presenza di questi corpicini scabri, nella cui superficie il dettaglio fisiognomico viene solo accennato, mai dichiarato, accentua l’inquietudine del riguardante, proiettato come Alice in un mondo stravagante e, nel contempo, impenetrabile, dove solo raramente la percezione del pericolo cede posto alla sensazione di distensione.
Non bastano la delicatezza, tutta femminile, della mano dell’artista, né l’inserimento di materiali, vaporosi ed eterei come piume, a levigare il senso di abbandono che scaturisce dalle fantasie adolescenziali della Smith. Il suo peregrinare tra poli opposti, le sue continue immersioni in ciò che immaginifico, e le altrettante fuoriuscite nel mondo reale, rivelano un’interiorità contrastata, uno spirito indomito e irruento. L’empito di un intimo ancora bambino che non vuole -e non sa- scendere a patti con il tempo.
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