Non era facile raccontare con una sola mostra Giò Ponti (Milano 1891-1979). Ci sono riusciti Marco Romanelli e James Peto (curatori, con la consulenza scientifica della figlia di Ponti, Lisa), che ne hanno ricostruito il genio poliedrico, la personalità ricca di energia e voglia di creare, in continua evoluzione, ma sempre se stesso, “un architetto è qualificato per fare molte cose, in ogni cosa è sempre lo stesso procedimento, la stessa mano… E’ sempre lo stesso artista” (Ponti).
Nella sua immensa “libertà creativa” (Romanelli) si rintracciano elementi di continuità: un’ispirazione di matrice classica e un moderno razionalismo, l’idea che un’opera d’arte debba essere utile e funzionale. Ne consegue la teoria della vivibilità dello spazio domestico e la definizione di “casa adatta”, “Immagini sempre l’architetto … per una finestra una persona al davanzale, per una porta una persona che la oltrepassi, per una scala una persona che la discenda.., per una stanza una che ci viva”. E ancora, la tendenza alla smaterializzazione, attuata in architettura con pareti sottili e traforate da finestre allungate, la ricerca di forme pure e trasparenze, che culmina nei “leggeri origami” della Cattedrale di Taranto (1971). Il diamante è la sua forma simbolo, come il diamante, l’architettura nasce da linee che si intersecano.
Ponti progetta per intero le sue case, fonde architettura e architettura d’interni. Crea mobili
La mostra ripercorre l’opera di Ponti con criterio cronologico, ogni sezione corrisponde ad un decennio di attività. Le singole sezioni ricordano un set cinematografico che ha per protagonisti mobili, poltrone, vetri, porcellane e per scenografia le gigantografie delle più note opere architettoniche di Ponti. Alle pareti disegni, schizzi e progetti, teche con le copertine della rivista Domus (da lui fondata nel 1928 e diretta fino al 1979). Vetrine espongono posate, piastrelle e campioni di tessuto, i plastici degli edifici, immancabile quello del grattacielo Pirelli.
Difficile scegliere tra gli oggetti in mostra i più belli o i più significativi; molto celebrata la “sedia superleggera”, progettata nel 1957, che si dice sia stata “testata” con un lancio dalla finestra di un quarto piano
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Il sito della mostra alla Triennale
antonella bicci
mostra visitata il 19 marzo 2003
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