Giocando sulle tensioni tra il desiderio e gli effetti della globalizzazione e dell’entertainment, come antidoto l’artista propone il mito, la magia, riletti con lucida ironia, in opere dense di storie, simbologie, paradossi, manipolazioni, dove ciò che appartiene a un immaginario familiare diventa improvvisamente ambiguo, incerto. La chiave di lettura dell’intera mostra è Keeper, un clown-giocoliere, il presentatore di sogni e illusioni, ovvero l’artista stesso che crea suggestioni visive, risultanti dal continuo scambio tra televisione e quotidiano, del suo inglobare pezzi sempre più consistenti della nostra cultura. Così il mondo che presenta Ventura è popolato da unicorni bi-fronti e bi-retri (Mirror 1 e Mirror 2), da multicolori corni di unicorno giganti (Unicorn Horns) che, riempiti all’interno di luci, trasformano in maniera irriverente la mitologia in segnali per attirare l’attenzione, come nei centri commerciali. I corpi di donna o sono presi in ostaggio da una teoria di personaggi grotteschi (Tribute) oppure fanno la parodia delle fiabe disneyane, per evidenziare i desideri passivi indotti dalla società dei consumi (Pillow). Tuttavia, nel complesso, l’esposizione non convince nelle soluzioni formali e contenutistiche – rispetto alla prima personale dedicata all’artista filippino nella galleria milanese – per la reiterazioni di codici espressivi ormai abusati e di tendenza nell’arte contemporanea, che strizzano l’occhio al mercato. Probabilmente l’opera più interessante lungo il percorso espositivo è Greatest Show, una sarabanda apocalittica e primordiale, dove l’uomo in un processo di metamorfosi senza soluzione di continuità tra evoluzione e involuzione, non può far altro che continuare a mantenere il ritmo, anche in caduta, per evitare di perdersi.
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