Kjersti Sundland gioca con sconcertante abilità con la tecnologia: tutto ciò che crea non esiste nella realtà, ma è riproduzione e manipolazione di qualcosa che le s’avvicina.
In occasione della prima mostra personale in Italia, la trentaduenne artista norvegese ha portato con sé un mondo inquietante e sospeso, denso e inconsistente. Habitat (2004) è un’installazione composta da alcuni disegni (in realtà eseguiti tramite uno speciale plotter e stampate lambda su alluminio) ed un video, proiettato scarnamente sulle pareti della galleria in due diversi punti, in diversi tempi e proporzioni. Il video è frutto di un lungo e meticoloso utilizzo dei mezzi digitali: quattro diverse sequenze, tra loro identiche, sono state cucite, rendendo un leggero e quasi impercettibile effetto di “strascico” nei passaggi tra l’una e l’altra. La camera si muove lenta, mettendo a fuoco un interno minimal. Un uomo, sdraiato sul divano, dorme; poco distante un cane accucciato sembra sonnecchiare, mentre dallo schermo di un televisore gracchiano visivamente delle immagini, la frequenza disturbata.
In un movimento lento e continuo, l’occhio della camera si muove da sinistra verso destra per poi tornare ripetitivamente ed ossessivamente lungo lo stesso percorso. Dopo alcuni minuti un lento zoom introduce nello schermo del televisore, portando in primo piano le scene in bianco e nero, interrotte e distorte. Immerse in una muta oscurità, sembrano provenire da un impianto a circuito chiuso che spia, non visto, fugaci passaggi di gente comune all’interno di una stazione della metropolitana, in particolare di Berlino. Ma, mescolati a questa gente comune, ci sono anche degli animali. Animali particolari ripresi allo Zoo di Berlino, le cui immagini sono state successivamente elaborate in digitale fino a divenire un’unica sequenza. La struttura narrativa viene negata, così come l’identità distorta: l’ambiguo rapporto che intercorre tra gli uomini e gli animali, nel video, sembra portare verso una decostruzione dell’Io umano, soggetto ad una lenta quanto inquietante trasformazione. E’ dunque l’identità, principalmente, che viene indagata dall’opera di Sundland, attraverso un uso della tecnologia che smonta-rimonta la realtà, per renderci una visione plausibile ma stridente.
Anche l’audio contribuisce a rendere l’atmosfera ambigua ed irrisolta: il rumore di fondo è un mix di suoni registrati nei luoghi stessi, a formare un brusìo indistinto sul quale si fa lentamente riconoscibile la conversazione tra un uomo ed una donna. Aleggia nell’aria l’attesa, fa capolino la fugacità della vita: i due accennano ad una persona, forse annegata, sicuramente morta. Ma nulla di più è svelato, e di nuovo la camera passa all’interno immobile e gelido della stanza iniziale. In un infinito e angosciante loop.
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