Si entra in punta di piedi, come in un santuario. Il silenzio la fa da padrone. L’oscurità avvolge ogni corpo in un abbraccio raggelante. Un’atmosfera religiosa che mette un po’ in soggezione. Qualsiasi fruscio diventa rumore, le parole un sacrilegio. Sul lato destro dello Spazio Pirelli, i sette palazzi celesti di Anselm Kiefer, ormai monumento permanente, nella fascia sinistra l’ultima creazione di Mark Wallinger (Londra, 1959): Easter.
Pasqua. Ovvero, passaggio. Si allude forse al cammino che il visitatore deve compiere attraverso sedici union flags, otto per lato, recanti, al posto del rosso e del blu convenzionali, i rispettivi complementari, verde e arancio, le tinte nazionali dell’Eire. Alludendo alla posizione intermedia dell’Ulster, divisa, in una scissione talvolta insanabile, tra loyalisti, fedeli al Regno Unito, e nazionalisti, legati al tricolore irlandese. Una tavolozza che parla di sangue, sofferenza e discriminazioni. Di scontri per motivi territoriali o in nome della religione. Dei recenti, incoraggianti, disgeli.
Un percorso, di sapore eucaristico, attraverso la Storia, sintetizzato dall’iconografia istituzionale, che raggiunge il suo apice al termine della navata, in cui la videoinstallazione Angel del 1997, offre la via di fuga al dilemma nella trascendenza. Nella cecità –o meglio nella facoltà di andare oltre l’apparenza fenomenologica, in un rimando alla dottrina della conoscenza platonica-, come simbolo di una ricezione alternativa degli eventi, in cui la redenzione, il credere fermo e imprescindibile, porta all’ascensione verso le sfere celesti dell’universo. L’infinito.
E’ un’estetica della contemplazione, quella di Wallinger. Votata al raccoglimento intimo, all’introspezione. Un discorso aperto con Dio, una confidenza sussurrata agli uomini. Per coloro che, guardando negli occhi l’Ecce Homo sentono, a prescindere dalla confessione, l’ascendente innegabile della figura di Cristo, il peso e il fascino sensuale della Passione. Allusa nell’Hangar dalla presenza immacolata dell’effige del Salvatore, dispiegata nei particolari del montaggio travagliato di Via Dolorosa, videoinstallazione immersa nella cornice affascinante dell’ipogeo del Duomo di Milano, in cui scene tratte dalla pellicola Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli, vengono criptate da un riquadro nero, a significare la grandezza del sacrificio divino. Ripercorrendo, attraverso l’azione artistica, tutti i significati più profondi della mistica protestante: la salvazione per fede, l’espiazione attraverso il sangue purificatorio del Messia, la predestinazione, che non concede all’azione umana valore di riscatto. Senza però negare il libero arbitrio e l’importanza del dubbio, linfa vitale del pensiero.
L’Ecce Homo, infatti, abbandonato nella solitudine della penombra, a guardar fisso avanti a sé, non è molto lontano dall’uomo romantico stagliato contro l’infinito. Entrambi sentono sulla pelle il fascino indefinito del Sublime. Dolore immenso misto a piacere, naufragio con spettatore…
santa nastro
mostra visitata il 23 settembre 2005
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pezzo avvincente
grazie
finalmente si torna a parlare di Passione e Resurrezione... era ora!