Le immagini sono la prima cosa che ricordiamo. Lì in mezzo il tempo gioca sé stesso, si prende in giro, costruendo cortocircuiti inspiegabili, unici e per questo introvabili una seconda volta. Così la storia di quel che si è visto si mischia con chi l’ha vissuta, dilagando attraverso percorsi interrotti e territori rivisitati. Misteri, insomma. In questo modo Aida Ruilova (Wheeling, West Virginia, 1974) spiega il non detto e il non dicibile, filtrato attraverso il ventre inquieto della macchina da presa. Alla Galleria Kaufmann, per la sua prima personale italiana, c’è una giovane americana dal passato importante e dai retroscena artistici ricchi. Dopo aver viaggiato infatti, attraverso una serie di gallerie newyorchesi e alcune tappe europee, quali le partecipazioni alla biennale di Venezia e di Berlino, la Ruilova presenta tre installazioni video, quasi propriamente milanesi.
La particolarità di questa artista è l’uso di un registro diegetico che respira a singulti. I suoi sono veloci album fotografici, momenti mnestici, che si muovono secondo balzi logici ben ordinati, anche se in apparenza confusionari. Inventando esempi per creare il panico della curiosità, spazi per l’attesa dell’improvviso.
In Countdowns, ad esempio, il racconto procede per asindeti. Chi guarda si trova a seguire una numerazione temporale decrescente, alla berlina di un montaggio che scivola senza un solo senso, come un’autostrada. Su due canali scorrono fotogrammi che incalzano, ma allo stesso tempo fanno regredire la narrazione, portandola verso l’occhio di chi ha girato la scena. L’espediente del conto alla rovescia, diviso tra la serie dei numeri pari e quella dei dispari, permette di cogliere solo parte del tempo del racconto, lasciando sezionare con serena ossessività lo spazio delle riprese. Dunque, quello che appare è la sovrapposizione di posti per nascondino, luoghi a parte, che ricordano l’infanzia e ugualmente la negano.
Mentre le figure che si incontrano hanno volti nascosti da urla, oppure celati dietro le spalle. Una serie di tanti personaggi, allontanati in zoom-out, posti accanto alla regressione numerico-mentale che rappresentano. Ragazzi con candeline da compleanno accese, o solitarie donne di spalle a muri segnati da numeri. Una vera e propria galleria bifacciale di sequenze statiche che prendono vita tramite lo sfregamento a video. Questo bombardamento rettilineo di più set e più attori approfondisce con lucidità l’universo di quelle visioni sconnesse che sono rimaste in memoria senza un filo conduttore.
La tecnica usata per la ripresa è quindi un continuo comparire di rumori visivi. Veri e propri sovrappensieri che fanno ritorno a se stessi senza apparire mai uguali, ma assomigliandosi come piante dello stesso ceppo, come radici che attingono dalle cisterne del rimasto.
ginevra bria
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