“I miei lavori invitano ad una fruizione dinamica; stimolano a muoversi attorno all’opera per goderne appieno la scoperta”, dichiarava il pittoscultore Lawrence Carroll (Melbourne 1954. Vive a Los Angeles e Venezia) in occasione della sua personale alla galleria Trisorio, a Napoli nel 2004. Durante l’estate è stato possibile mettere alla prova questo statement nella meravigliosa cornice di Villa Panza. In mostra una trentina di lavori che coprono un arco di quindici anni, opere della collezione di Giuseppe Panza di Biumo, che insieme ad Angela Vettese cura l’esposizione.
Leggendo le note dedicate alla mostra, sorge naturalmente la domanda circa la legittimità di assegnare a Carroll un posto fra gli artisti che hanno fatto del monocromo la ricerca di una vita. Certo, letteralmente la cromìa non è unica (ma così è in pochissimi casi, a dire il vero). Il bianco si sporca, è vissuto e ancora vive, e nella vita si contamina con l’Altro, si opacizza e può divenir addirittura nero, oppure giocare con la luce e allora essere percepito come verdognolo o rossastro. Angela Vettese sottolinea proprio la particolarità di questo monocromo, fra emozione e razionalità. Non sospeso fra di esse, ma in un dialogo che emana dall’opera e ne crea un altro, con lo spettatore, che cessa di esser tale e si relaziona con l’opera. La quale non è quindi più oggetto, Gegenstand immoto e muto.
Relazionalità che, sulla scorta delle parole dell’artista, si instaura muovendosi intorno all’opera. In ciò favoriti da parti aggettanti, tridimensionalità, ante e sportelli, “vere e proprie” sculture posate in terra. L’intimità di questo dialogo sussurrato gode anche dell’ausilio del luogo, appartato e silenzioso. Come richiede l’autentica politica di riutilizzo materiali adottata da Carroll, che sutura con grande abilità manuale legno e stoffa.
Un’operazione di ibernazione mnemonica, che tuttavia salva dalla putrefazione e infonde una vita ultrabiologica, una sopravvivenza. E tuttavia il dialogo di cui sopra permette di ristabilire una fluidità, dona la possibilità di rinnovare l’esistenza dei materiali.
In un’occasione si poteva cogliere immediatamente questa risorsa osservando il dialogo (ancora) che i lavori di Carroll instauravano con il martirio nella Deposizione di Sant’Andrea dalla croce (1662 ca.) di Luca Giordano (Napoli 1634-1704). In questo caso il compito è forse più arduo, ma non è insormontabile. È sufficiente dedicarvi il giusto tempo, la durata più consona ad ognuno, in piena libertà.
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