Ochiai è nato e cresciuto in Giappone e si è trasferito a ventitre anni a New York, dove ha compiuto gli studi artistici. Il prodotto di questo percorso esistenziale è peculiare rispetto a quello di molti altri artisti “trans-culturali”: la compresenza di elementi culturali differenti non dà luogo ad una contrapposizione, si genera al contrario un’amalgama di fondo. I riferimenti alla moda, al fumetto, al cinema (diretti nelle prime opere, solo allusioni oggi) non sembrano il risultato della fascinazione per la cultura e gli oggetti pop occidentali di un giapponese trasferitosi negli Stati Uniti, ma potrebbero essere frutto dell’immaginario di ogni cittadino postmoderno. L’ormai classico mix contemporaneo di cultura alta e bassa.
Le opere di Tam Ochiai (Yokohama, Giappone, 1967) ritraggono figure femminili ambigue, che guardano altrove. Sono magre, vestono abiti che ricordano gli schizzi per i vestiti di moda, ma possiedono un’intensità da geishe contemporanee. Queste figure sono collocate in ambienti sospesi: ampi sfondi bianchi, tocchi di colore, oggetti che compaiono qua e là. Sulla superficie dei dipinti sono visibili parti disegnate e segni di matita (disegno preparatorio non cancellato o elemento voluto?), parole, frasi, paradossali formule algebriche. Un quadro in particolare, sembra paradigmatico dell’arte di questo artista: un viso caucasico o nipponico completamente coperto dalla capigliatura, che non ne nega l’identità, ma la universalizza.
Stilisticamente l’arte di Ochiai fa chiaro riferimento al fumetto e al disegno infantile. Quest’ultima caratteristica viene amplificata dall’intervento ambientale che l’artista ha orchestrato nello spazio espositivo: alcuni bambini sono stati invitati a riprodurre sulle pareti disegni di Ochiai. Il loro intervento ha generato una stratificazione di rimandi (i bambini hanno copiato i disegni già volutamente “infantili” dell’artista, che poi ha a sua volta ritratto i bambini) ed ha sortito effetti sorprendenti: alcune riproduzioni sono molto simili all’originale. Ochiai amalgama dunque i suoi riferimenti con intenzionale ingenuità: il suo mix fra oriente ed occidente, cultura alta e bassa, moda e arte, sembra essere il prodotto di ciò che egli è, e non
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stefano castelli
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