Le parole che parlano non hanno memoria. Dimenticano e tacciono, fiere del silenzio che creano. Come giardini di sassi. Così appena non dicono, le parole, ricordano. A questa poetica, Zipora Fried (1963 Haifa, Israele) ha dato un lessico, una scrittura e una calligrafia, in un tuttuno. Con Works and Days, l’artista espone opere che durano un mese esatto l’una. Un mese intero di cancellatura stratificata, compositiva. Disegni di giorni su giorni, di tratti su tratti. La carta infatti, che appartenga ad un libro o ad un wallpaper poco importa, è trattata a colpi di grafite. Alle pareti compaiono papiri coperti da una patina nera, lucida e riflettente. Se poi ci si avvicina traspare un dubbio.
In archeologia, per studiare un codice in rilievo, si appone un foglio sul reperto e poi si passa, calcando, la punta della matita sulla carta. In questo modo si trasferisce il contenuto, bianco su nero. La Fried compie lo stesso tipo di operazione, ma quel che porta alla luce non è un codice. Fa emergere, al contrario, quel che il codice, il linguaggio, non sa più. La memoria dimenticata. Il segno nero diventa così ortografia del tempo.
Ogni disegno è come una stanza. Una stanza di un mese, concentrato sul lavoro gestuale tra mano e matita. Una stanza come una casa, con pareti come cornici. Una stanza come una strofa, scandita dal ritmo dei solchi.
I tratti lasciati dalla matita, infatti, sono picchi minuziosi, accurati, ben distanziati e di un rigore metodico impressionante. Dalla stesura su carta non traspare alcun segno d’indecisione, la copertura di grafite è totale. Il supporto cartaceo non compare mai, non ci sono spazi bianchi, come se la memoria avesse cancellato anche questi. Il solo ricordo di quel che è stato sotto, o di quel che ancora c’è, rimane a lato. Ogni disegno porta con se la propria cornice.
ginevra bria
mostra visitata il 10 marzo 2006
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pimperepettenusa pimperepettepam!!
....basta!!!!!!!!!!!!!!
Ma come si può far ancora vedere queste ovvietà?