Ci sono artisti che paiono sinceramente interessati a riflettere sulla condizione del medium che hanno scelto (e dell’arte in generale). E che concepiscono la derivatività insita nelle loro opere come un mezzo, non come un fine. Jessica Stockholder appartiene chiaramente a questa categoria.
La personale da Raffaella Cortese riunisce un gruppo di opere realizzate tra il 1997 ed il 2003: il riconoscimento delle singole date è un’operazione importante ed interessante, perché consente di cogliere l’evoluzione interna di questa ricerca. Nei due Untitled del 1997 (#290 e #295) l’interesse principale è quello di attualizzare l’idea rauschenberghiana del combine painting, sviluppando la scala tridimensionale ed innestando il catalogo degli oggetti di consumo contemporanei (da K-Mart al generico fai-da-te).
Il punto di svolta è individuabile nell’Untitled #339 (2000), in cui la base speculativa si complica piacevolmente: le palle da bowling sfruttano il doppio binario del richiamo ad una pratica che più quotidiana non si può, e del colore pop-minimal, dialogando efficacemente con la pallina di polistirolo e con la fioriera. La lampada industriale, invece, aggiunge un elemento scenografico e teatrale, che invita lo spettatore a guardare e pensare il lavoro come un ibrido inscindibile tra pittura e scultura: la seconda metà del #339, infatti, è un tessuto per tendine usato come sfondo per sagome di velcro che ‘simulano’ campiture cromatiche uniformi.
Questo lavoro introduce alle opere più recenti, e più mature: se l’Untitled #369 (2003) è un grazioso divertissement sul tema della tazzina surrealista di Meret Oppenheim (1936) -che servì da importante riferimento anche per le artiste post-minimal, come Eva Hesse-, il #380 e soprattutto il #390 (2003) propongono un’idea abbastanza sorprendente di pittura ambientale.
Il primo gioca con la visione frontale, modificando un dipinto illustrativo ed inserendo gli elementi in plastica ed il vaso che invitano con ironia a rompere lo schema appena riaffermato. L’Untitled #390, forse il lavoro più suggestivo, connette frammenti evidentemente inconciliabili: un lussuoso tavolino da caffè ricoperto di acrilico, due pezzi di compensato con una figura appena accennata, un bidone di plastica blu e due lampade che isolano garbatamente l’insieme instabile nell’angolo della galleria, attirando al contempo l’attenzione in maniera assolutamente irresistibile.
Ovviamente, nell’opera della Stockholder alcune caratteristiche rimangono assolutamente costanti: prime fra tutte (e tra loro collegate), l’interesse esclusivo per l’oggetto e l’eliminazione di ogni traccia di
Per concludere, basta istituire un confronto ideale con una parallela mostra milanese, solo apparentemente vicina: Tom Sachs alla Fondazione Prada. Se in questo caso, infatti, il riferimento al modello di Rauschenberg rimane lettera morta, completamente inerte e vacuo, relegando le opere a semplici droni, la Stockholder riesce invece a farci intravedere un futuro per un’idea fondamentale che, nel corso di cinquant’anni, si è trasformata in tecnica e tattica di prim’ordine.
christian caliandro
mostra visitata il 27 maggio 2006
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non ho capito .
superjessica, la classe non è acqua