Nicola Bolla (Saluzzo, Torino 1963. Vive a Torino) ha alle spalle una storia personale interessante, punteggiata da eventi anche curiosi, come una performance di David Byrne nel corso di una sua mostra. La mentalità è quella del collezionista, come l’artista stesso ha raccontato. Collezionismo che poco ha a che fare con manufatti artistici. Si potrebbe parlare di un gusto un po’ retrò per le wunderkammer. Ma ogni collezionista, è noto, per definizione non può trovare appagamento. Così Bolla ha deciso di “creare i propri giocattoli”, i pezzi mancanti di una collezione che sarebbe diventata necessariamente unica. A questo hobby esistenziale va aggiunta la formazione di medico oculista, che emerge nella maniacale attenzione alla fisiologia e all’anatomia. Ciò non significa esser devoti al realismo ma, proprio a partire da un’approfondita conoscenza del reale, essere in grado di agire sugli stereotipi che ne derivano.
In questa mostra predominano le sculture realizzate con gli swaroski. Preceduti dall’utilizzo delle carte da gioco e seguiti, nei progetti in corso, dagli swatch, testimoniano di una passione circoscritta. Il presupposto è la sollecitazione del quotidiano, e soprattutto dell’effimero, facendo leva sui materiali. Nascono così Vanitas postmoderne, vuote all’interno, luccicanti di 100 mila cristalli nel caso degli scheletri. Una mortalità in un certo senso derisa, al polo opposto del teschio che qualche mese fa ha presentato Martin Kersels a Torino.
Le tele presentate alla galleria di Alessandra Tega ripropongono la medesima riflessione, ma con esiti indubbiamente meno scontati. La superficie è trattata con pigmento puro unito ai glitter, con una originale soluzione tecnico-formale. Un occhio a Kapoor, certo, ma d’altra parte un’intuizione che precede altri artisti che hanno utilizzato lo sbrilluccichìo anni ’80, Kate Bright per esempio.
Le grandi tele sprigionano una sensazione palpabile di leggerezza, di fluttuazione in uno spazio articolato con grande sapienza.
La critica che emerge concerne però l’approccio al kitsch. Una certa “aria di famiglia”, come avrebbe detto Wittgenstein, con l’insuperato Jeff Koons porta nella fattispecie a un feedback opposto. Ossia, la “critica” sfocia nell’oggetto della stessa. In altre parole, il neobarocco diventa rococò. In quest’ottica, lavori come Acrobat, essendo meno espliciti, funzionano meglio delle tele sulle quali sono riportati i titoli a-linguistici di alcuni magazine di moda. Dove le vittime sono i fashion addicted, ma anche e soprattutto la sintassi e l’etimologia.
Va infine segnalata la qualità del catalogo, in particolare la maestrìa con la quale il fotografo Sergio Alfredini ha reso l’effetto scenografico delle Vanitas. Al contrario, lascia perplessi il testo di Alberto Fiz, specie quando dichiara che “le immagini, tanto per cominciare, sono quasi sempre prive di orecchie”!
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mostra visitata il 18 maggio 2005
Nicola Bolla – Circus, A cura di Alberto Fiz
Corsoveneziaotto Tega Arte Contemporanea
Corso Venezia 8 – 20121 Milano
Orario: da martedì a sabato 10-13 e 15.30-19.30
Ingresso libero – Info: tel. 02- 36505481; info@corsoveneziaotto.com; www.corsoveneziaotto.com –Catalogo Prearo, Milano. Testi di Alberto Fiz e Luca Ragagnin
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