I francesi vezzosamente lo chiamano La nappe, la tovaglia. Curioso titolo per la Cena in Emmaus (1534 ca.) dipinta da Tiziano Vecellio (Pieve di Cadore, 1488/90 – Venezia, 1576) e prestata dal Louvre alla Pinacoteca Ambrosiana. Intorno a questo straordinario prestito Giovanni Morale ha costruito una mostra piccola e attraente: tre sole opere che evocano tre momenti successivi della domenica di Pasqua: la Resurrezione con il Cristo risorto di Marco Basaiti (Venezia, 1470 ca.– post 1530), l’incontro con Maria Maddalena nel Noli me tangere di Bernardino Luini (Dumenza, 1480 ca.– Milano, 1532) e la Cena in Emmaus di Tiziano.
Nuovo l’allestimento: musica rinascimentale in sottofondo, profumo di pane fresco e violette diffuso con apposite apparecchiature e la possibilità di toccare la famosa tovaglia, riprodotta per l’occasione in raffinatissimo lino. Può sembrare un’idea strana per avvicinare un’opera d’arte ma “noi moderni [siamo] soggetti distratti ai quali sfuggono i significati iconografici e le finalità emblematiche di un episodio sacro” (Giuliano Corti) e “sentire l’immagine” induce lo spettatore a concentrare la propria attenzione su particolari –come le violette sparse sulla tovaglia- che forse non avrebbe notato.
La mostra offre vari spunti di riflessione su temi iconografici ampiamente analizzati dai saggi in catalogo: l’immagine del Risorto nella pittura veneta, l’insolito tocco di Gesù che nel dipinto di Luini sfiora con due dita la testa della Maddalena. Invenzioni e complessità iconografiche a parte, l’esposizione affascina per la qualità delle opere esposte e l’occasione unica di ammirare il Tiziano in Italia. Tre immagini diverse del Risorto. Il Cristo di Basaiti è immobile e sereno seduto in un paesaggio dai toni caldi e sfumati. Colori smaltati invece per Luini, lo stile è quello delle sue opere mature, le fisionomie sono vagamente leonardesche, ma le pose dei pe
Probabilmente si riuscirebbe a scrivere un intero manuale di storia dell’arte solo commentando le rappresentazioni che i pittori hanno dato della cena in Emmaus. Milano conserva –a Brera- la drammatica versione di Caravaggio, ambientata in un’umile taverna. NellaCena di Tiziano non ci sono drammi –semmai una sottile malinconia- né stravolgenti invenzioni iconografiche, l’opera ha “la peculiare ritualità delle immagini religiose del Tiziano maturo che si misura con i modelli veneziani del passato” (Francesco Saracino). Gesù spezza il pane e lo benedice, in quel momento i due discepoli lo riconoscono. Cleofa si solleva con le mani giunte, l’altro, tradizionalmente identificato con l’evangelista Luca si ritira allargando le braccia per lo stupore, in una posa che tutti hanno paragonato al Giuda dell’Ultima Cena di Leonardo da Vinci. Totalmente indifferente l’oste, mentre il giovane garzone –elegante come il paggio di un’aristocratica corte rinascimentale- sembra comprendere e credere. Certo non c’è la potenza fisiognomica di Leonardo, ma la suggestione della narrazione non è nei gesti dei personaggi quanto nello straordinario tessuto cromatico. Gli ultimi bagliori di luce e di azzurro del tramonto, la delicata lavorazione a losanghe della tovaglia di damasco, la resa tattile del manto di Cristo. E soprattutto la luminosità quasi irreale del volto di Gesù, inafferrabile come il mistero che rappresenta.
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