Nove artisti africani. Nove vite che vibrano lente come le note di un ultimo, sudato, umido blues. La serata inaugurale della galleria milanese si apre così. Sulle code di toni corpulenti e di vite immaginate, nove diversi stili non facili da assimilare, ma di immediato contagio. Il gruppo, benché eterogeneo, tocca d’un solo fiato i temi più sedimentati del lungo, dilagante, dibattito sulla scena dell’arte africana. In mostra fotografie congelate agli anni Sessanta, plastici assemblati con materiali di riciclo, decorazioni per templi, ritratti con inserti di capelli veri, sgargianti scene oniriche e ideogrammi divinatori. Alcuni di questi artisti non sono del tutto nuovi alla variegata offerta degli spazi milanesi. Anche se, sempre con piacere, forniscono un notevole punto di stacco, una buona altezza da trampolino, persino ad un occhio ormai assuefatto.
Frédéric Bruly Bouabré (Costa d’Avorio, 1923) è uno di questi inaspettati ritorni. Già in mostra due estati fa al PAC, oggi si presenta con una nuova serie di lavori. L’artista anziano è carico di investitura profetica. Questa forza sacra lo rende capace di vivere sull’onda generativa della non-interruzione. I suoi lavori sono piccoli disegni a pastello eseguiti su pezzi di cartone per imballaggi. La storia personale di Bouabré impone uno stile linguistico e segnico imbevuto di rimandi dai mille legami. La sua tecnica di rappresentazione, invece, semplificata e dai contorni netti, gli permette di ritrarre illusioni, sfregamenti energetici. Scambi continui che vengono poi accompagnati da versi ermetici, come flussi che corrono lungo la cornice.
Strane novità, invece, riservano le fotografie. Depara (Angola 1928 – Repubblica del Congo, 1997) porta il ritmo della vita bolliwoodiana di Kinshasa. Il rigore del bianco e nero, al di là delle differenze di pelle, non impedisce allo scatto una tenera giocosità.
Dello stesso stile, a contornare un archivio già completo, si inseriscono i ritratti di Malick Sidibé (Mali 1935). Tra la caricatura scherzosa e la fermezza impostata, i personaggi catturati dall’obiettivo restituiscono a tuttotondo le sfumature di una vita fatta su quel che c’è. Il fotografo riporta alla luce spezzoni di feste e alcune scene cariche di canzonature e spensieratezze, ben al di là dell’Africa dei bisogni che si è soliti immaginare.
Nel complesso, dunque, un’esplosione verace di forme e sfumature di inconfondibile appartenenza. Sapori di un continente che ancora suscita la domanda ma cos’è davvero l’Africa?. Al di là di qualsiasi occidentalizzata aspettativa.
ginevra bria
mostra visitata il 5 ottobre 2006
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