Di Urs Fischer (Zurigo, 1973) bisogna raccogliere le briciole, i suoi contro-equilibri del quotidiano, i suoi imprevedibili giochi sul non-concluso. Ogni volta, nelle sue installazioni, c’è il bisogno di una controprova. Perché il valore di un artista come lui non si trova mai, se non col tempo e con il suo contrario. Spesso affiorano dubbi, sul gusto formale dell’artista svizzero, secchissimo. Ma poi si può restare indelebilmente attratti dal suo trasformismo. Talvolta, invece, i concetti espressi lasciano poco illuminati, per catturare, subito dopo, attraverso la loro innata malleabilità morfologica. Questa volta, negli spazi della Galleria De Carlo, il suo ultimo lavoro rappresenta un nodo, forse un punto interrogativo, bloccato ad altezza di pensiero. Ed è difficile tradurre esattamente questo in una sensazione fertile, positiva, oppure, all’opposto, del tutto negativa. Fischer, di ritorno a Milano dopo la mostra del 2005 proposta dalla Fondazione Trussardi, assieme ad un altro suo connazionale, Rudolf Stingel (Merano, 1956), lavora sul concetto spaziotemporale di attraversamento. Così, mentre in una sala Stingel srotola a terra decine di metri quadri di una riproduzione, un antico tappeto persiano rivisitato dal bianco e nero, Fischer gioca con i luoghi comuni della cenere. Con Nach Jugendstiel Kam Roccoko si vogliono sovvertire, sardonicamente, i preconcetti che accompagnano gli stilemi delle rappresentazioni estetiche. E Fischer può permettersi di far roteare, lieve, un pacchetto di sigarette vuoto, appeso con un filo di nylon al braccio meccanico che gira a qualche centimetro dal simulacro spento del tappeto. La confezione, azzurra, unica nota di colore nell’intera sala, accarezza la superficie del pavimento, in ascesa verso l’alto, per poi risalire fino al meccanismo che lo muove.
La porta che collega questa sala a quella precedente è un’altra traccia della contenzione del mutamento, la ricerca artistica portata avanti da Fischer. L’artista denuda l’intonaco attorno agli stipiti e assembla con eleganza garbata, quasi fosse un artigiano, delle lastre metalliche che non si incastrano perfettamente tra di loro, anche se formano ugualmente una porta. Queste assi, di una pesantezza inverosimile, sono state plasmate da fusione di alluminio. Quel che ne risulta è una sensazione scopica di leggerezza, in dissonanza sinestesica rispetto al peso gravoso della materia in sé. Con lo stesso modus operandi è stata progettata anche l’ultima installazione al piano superiore. È consigliato a chi soffre di claustrofobia, a chi accenna labirintiti, o a chi semplicemente è acciaccato da continui déjà vu, di prepararsi bene. Fischer ha suddiviso gli spazi in cinque ambienti, distribuendo quattro soglie poste secondo un percorso non lineare, ma in progressione. Ingresso, porta ad una sola anta, seconda porta a due ante, terza porta a doppia anta in apparente disfacimento e per finire, si accede all’ultima stanza, attraverso un passaggio rialzato, una cornice aperta nel muro. Chiunque conosca gli scambi dei limiti e le cosmogonie delle soglie, faccia attenzione dunque ad ogni indizio. Perché per ciascuna stanza Stingel ha dipinto un monito, un segnale, luminoso ma stinto, giocato sul non-colore, una traccia ricorrente dei passaggi del tempo.
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Una de las mejores exposiciones que he visto en Italia en los ultimos 4 años.
Federico Luger