Gehard Demetz (Bolzano, 1972) parte da una tradizione secolare in Val Gardena e, adoperando lo scalpello con indiscutibile maestria, plasma dal legno personaggi profondamente umani e moderni. Teste, mani e piedi accentuati nelle dimensioni si accompagnano a corpi esili, sguardi imbronciati, labbra che si curvano all’ingiù. Quasi sempre queste figure recano in mano degli oggetti: un rossetto, un fiammifero o delle forbici strette in pugno, stivali di vernice nera troppo grandi per delle gambe esili e storte. Sono tutti simboli attorno a cui si snoda l’ambiguità della condizione adolescenziale, sospesa tra consapevolezza e innocenza.
Quelli in mostra, infatti, sono preadolescenti dalla resa profondamente raffinata, tanto profondi e cupi nell’atteggiamento da scuoterci ed interrogarci sul perché del loro tormento. La risposta si trova prima di tutto nella modalità con cui ottiene questo effetto: Demetz compone i suoi personaggi con piccoli tasselli in legno di tiglio, con una tecnica simile a quella del Lego. I tasselli come i pixel, sono i moduli usati per costruire la figura, sono unità pure, essenziali, perfette. Dietro ad un fronte lavorato minuziosamente con lo scalpello, si scopre un retro delle figure non finito, solo abbozzato, vuoto, a suggerire la dialettica contraddittoria insita nella natura umana, tra apparenza esteriore ed interiorità.
Nel caso dei bambini, poi, questo contrasto tra la forma che si vede in superficie e ciò che si cela al suo interno ci comunica come le sfaccettature del loro carattere siano ancora da plasmare, la loro personalità ancora duttile, in via di definizione. Il crescere diventerà, paradossalmente, anche perdita, esclusione da altri infiniti destini e possibilità.
Questa personale comprende opere realizzate tra il 2005 ed il 2007: oltre alle note statue a tutto tondo la mostra presenta alcuni bassorilievi, sempre scolpiti nel tiglio, e rivela anche tre tele e due lavori su plexiglas. L’artista sperimenta quindi materiali e tecniche diverse, ma trasmette sempre un effetto di tridimensionalità e nel contempo una sensazione di non-finitezza, anche sulla tela, dove i tratti di un volto infantile s’intuiscono al di là delle velature e delle sfumature del colore.
Demetz, influenzato dalla riflessione sulle teorie pedagogiche di Rudolf Steiner e probabilmente dalla sua esperienza diretta come insegnante, coglie le difficoltà d’espressione di un adolescente con un corpo non ancora correttamente sviluppato e vuole comunicare la necessità di un sostegno, prima di tutto affettivo, per portare l’individuo ad esprimere le proprie potenzialità. Ecco allora apparire quei corpi dalle posture incerte come I want to be flexible, Gloomy Sunday, Yesterday I tasted blood come a provocare lo spettatore, per chiederne prima di tutto l’attenzione e poi magari anche la comprensione, l’affetto o la complicità. I titoli, quando ci sono, sono scelti con cura dall’artista. Alcuni, è il caso di Don’t cry in public, quasi denunciano certe frasi ripetute dagli adulti per condizionare le pulsioni spontanee dei bambini.
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