Onirico, inquieto ed enigmatico. Popolato di mostri, elefanti, figure alate, sfingi e mummie. Eccolo, alla Permanente di Milano, lo strano mondo di Carmelo Zotti, omaggiato di una vasta antologica che lascia intuire sotto una Madonnina finalmente infreddolita i colori e i sapori caldi dell’Oriente.
Quello di Zotti, artista triestino nato da padre istriano, un po’ per eredità culturale (la madre era cipriota), un po’ per esperienze personali (i viaggi in Egitto, in India e in Birmania) è un Oriente non storico, ma vissuto e interiorizzato, paragonabile all’istinto, per definizione irrazionale, che ci portiamo dentro.
Diciamolo subito. La pittura di Zotti non è “bella”, se con questo termine si intende, nel comune senso estetico, l’armonia, il giusto accordo, la proporzione. Espressionistici i colori, materici i tratti, pesanti le figure. Caratteristiche che se da un lato allontanano la sua arte dal canone classico, dall’altro le conferiscono una singolare, quasi mistica, forza, che risente dei tormenti e delle estasi di mezzo secolo d’arte, vissuti tutti –lui, classe 1933- in bilico tra accettazioni e ripensamenti. Tra l’Informale e la Pop Art, tra le suggestioni del neo-picassismo francese e il fascino inesorabile di Dubuffet.
Nelle tele di Zotti affiora un universo apparentemente fisso, ma in realtà in costante movimento. A partire dai simboli, arcaici ed evocativi, quasi ancestrali. Come la mano, che racchiude in sé il mistero del comunicare (la gestualità), ma anche del fare. Ecco allora l’India far capolino in Ganesha, il dio con la testa d’elefante, “signore di tutti gli esseri” e portatore di prosperità e fortuna. Ecco
La rassegna milanese, raddoppiando nel numero di tele esposte quella pur importante di San Gimignano (2003), propone un centinaio di lavori del maestro che ne sintetizzano l’intero percorso artistico, dalle prime esperienze nella scuola veneziana di Bruno Saetti all’infatuazione per l’informale, dall’incontro-scontro con la Pop Art (Biennale del ’64) alle tendenze degli ultimi anni, meno inclini al richiamo mitico e più aderenti all’esperienza del vissuto. L’uso del colore, da evocativo e bizantineggiante degli inizi, si fa via via più acceso
Accompagna la mostra il volume L’epica, il racconto, l’elegia. 1956-2006. Cinquant’anni di pittura, pubblicato da Skira con un ampio contributo critico dello stesso Gualdoni, che si configura come un vero e proprio catalogo generale dell’opera di Zotti. Un artista che -il ritratto è ancora del critico- “dialoga ormai definitivamente, in serrata intimità, con il suo mondo di lucidi fantasmi e insieme con un’idea trepida, meditativamente assorta, di pittura”.
elena percivaldi
mostra visitata il 10 gennaio 2007
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