Centro direzionale di Fontivegge, Perugia. Foto ©2007 Gabriele Basilico / Archivio Gabriele Basilico, Milano. Gabriele Basilico, Gabriele Basilico fotografa Aldo Rossi, Humboldt Books, Milano 2026
«Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del passato. Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole». Queste parole, tratte da Le città invisibili di Italo Calvino, vengono tradotte in fotografie dalla mano e dall’occhio sapienti di Gabriele Basilico, per documentare il lavoro architettonico di Aldo Rossi. Il volume Gabriele Basilico fotografa Aldo Rossi, edito da Humboldt Books, raccoglie per la prima volta le fotografie attraverso le quali Basilico ha raccontato per quasi 20 anni il lavoro di Rossi, accompagnandone l’ascesa a figura di riferimento dell’architettura internazionale.
Il volume, recentemente pubblicato, integra alla narrazione visiva anche una significativa parte testuale: ogni edificio riportato è anche corredato dall’introduzione tecnica e concettuale fornita dallo stesso Aldo Rossi sui propri lavori, con l’inserimento anche di due scritti che l’architetto milanese realizzò per due volumi di fotografie di Gabriele Basilico, Porti di mare (1990) e In treno verso l’Europa (1993), che permettono di approfondire la reciprocità del legame tra i due. Infine, due riflessioni di Chiara Spangaro e di Pier Paolo Tamburelli che ci consentono di addentrarci in profondità nella poetica fotografica di Basilico. Il progetto editoriale è realizzato in collaborazione con Archivio Gabriele Basilico e Fondazione Aldo Rossi.
Gli edifici progettati da Rossi non assumono un valore unicamente estetico o prettamente funzionale ma sono luoghi che contengono una storia ed esprimono una relazione con la città e con le persone che vi passano davanti e, con distrazione, li osservano. Ogni dettaglio, ogni spigolo, ogni scala e ogni finestra racchiudono una memoria, come un graffio indelebile, segno tangibile del passato. Tale considerazione assurge a metafora dell’umanità, che popola il mondo, vive lo spazio urbano e nel corso dell’esistenza lascia un segno del proprio passaggio.
«Basilico mi fornisce come delle radiografie delle mie architetture, o degli archetipi che sempre ritornano nelle mie immagini e nello stesso modo nella mia fantasia», così Aldo Rossi descriveva l’operazione fotografica di Gabriele Basilico.
Basilico documenta gli edifici di Rossi con pellicola in bianco e nero, rimuovendo la componente cromatica, elemento chiave, invece, nell’indagine documentaria di Luigi Ghirri sempre sui lavori dell’architetto. Il bianco e nero colpisce immediatamente ed evidenzia tutti i dettagli di un edificio e il contesto in cui è inserito. Le inquadrature di Basilico, così nette, definite e al tempo stesso elaborate, ci consentono, in maniera immediata, di percepire i contrasti luminosi e tonali e le variazioni materiche dei progetti urbani di Rossi. La desaturazione in questo caso diventa modalità grafica: col bianco e nero Basilico intende assimilare la foto a un disegno, piuttosto che a una rappresentazione romantica dell’edificio. Le ombre si intersecano sull’asfalto e invadono i porticati che proiettano a terra fasci luminosi, conferendo così maggiore suggestione all’inquadratura.
L’attenzione, quasi metodica, che emerge dagli scatti di Basilico, si sofferma sulle scansioni ripetute di forme geometriche. Le finestre, generalmente quadrate, gli ingressi che si ripetono a distanza regolare, le immense colonne che ricordano quelle dei templi greci, determinano la cifra stilistica di Rossi.
Gli abbaini fanno capolino all’apice degli edifici, espedienti architettonici per consentire un maggiore afflusso di luce, sfruttando la verticalità dell’edificio. Il triangolo, il cerchio e altre figure elementari – utilizzate anche nella copertina del libro – sono il segno distintivo del Centro Direzionale di Perugia. Mentre lo scatto del corpo centrale del Bonnefanten Museum, che assomiglia a un silos, ricorda la documentazione fotografica industriale dei coniugi Becher.
Le città non sono quindi una mera intersezione di strade e percorsi, di metri cubi pianificati ma sono spazio di cose costruite. Nelle foto di Basilico notiamo però anche un’aura di atemporalità: rileviamo la totale assenza della figura umana, come se il tempo, in quelle foto e in quei luoghi, fosse sospeso. Come nei dipinti di De Chirico, il tempo sembra non scorrere e le lancette dell’orologio appaiono cristallizzate a un orario preciso.
«Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un’altra», scriveva Italo Calvino, ancora ne Le città invisibili.
Grazie a queste fotografie possiamo apprezzare tutte le sfaccettature e le angolazioni dei lavori di Aldo Rossi. E se nei suoi edifici ogni dettaglio ne cela un altro, così anche ogni inquadratura di Basilico ne nasconde un’altra.
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