Il corso organizzato annualmente dalla Fondazione Ratti ha avuto nel 2004 come “visiting professor” Jimmie Durham (Arkansas, USA, 1940), artista con origini di nativo-americano, esponente di un concettualismo prettamente postmoderno. I suoi principali mezzi espressivi sono lo spiazzamento dello spettatore e il rimando a temi sociali, che però sono solamente intuibili: le opere sono solo parzialmente comprensibili, in una sospensione ironico – sarcastica unita a fascino e spettacolarità.
Opere di questo tipo sono, come dice il titolo della mostra “pietre scartate dal costruttore”, oppure, parafrasando, “opere d’arte scartate da uno spettatore” che si aspetti linearità espressiva e funzionalità.
Ogni anno i giovani artisti partecipanti producono opere che si inscrivono nel solco della poetica del loro “insegnante”, ma spesso questa esperienza produce per loro nuova consapevolezza e maggiore visibilità. La mostra di questa edizione risulta di qualità elevata e l’insieme dei lavori costituisce un insieme coerente e una mostra interessante e piacevole per il visitatore.
Sono presenti alcune opere dello stesso Durham, due delle quali sparse per le strade di Como. All’uscita della stazione ci si imbatte in un ape-car schiacciato dal proprio carico, un pesante masso: esempio di un’astrusa ma tenace ribellione all’efficienza ed alla funzionalità; nel giardino della Fondazione una roccia è collegata all’interno dell’edificio da tubature che non convogliano nessun liquido e non irrigano niente. All’interno della Ticosa, una scrivania è resa inutilizzabile dall’onere di una grossa pietra, mentre un’altra scrivania è completamente imbrattata e ricoperta di oggetti e materiali di scarto.
Passando alle opere dei venticinque “allievi”, si è costretti a segnalarne solo alcune; al pubblico il piacere di visitare una mostra tanto variegata, basti pensare che durante l’inaugurazione ci si imbatteva –nell’ordine- in una sega elettrica in funzione che si muoveva sul pavimento, in un performer che fracassava bottiglie di birra e nei chiassosi rulli di una batteria.
Il video di Alessia Chiappino è fatto di tre minuti e mezzo di disperazione e rabbia esistenziale sfogata tramite il riverbero assordante di un amplificatore. Marco Bruzzone realizza un’opera ironicamente simbolica: la scritta Art victim, davanti alla quale ognuno (critico, artista, appassionato) può farsi fotografare. L’opera di Sebastiano Mauri –You’re an indian and a cowboy, try not to shoot yourself– è la stampa su alluminio di volti ibridi, di dubbia nazionalità e identità, che comunica quanto sia pericoloso dare etichette, e quanto sia facile trovarsi “dalla parte sbagliata”, quella dei discriminati. Ottima intuizione quella di Elvind Nesterud: Removed brick è la foto, ambientata in un paesaggio naturale, di una persona che tiene in mano un mattone, proprio il mattone che è stato rimosso dal muro dove la foto è affissa. Ed è l’ennesima “pietra scartata”.
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stefano castelli
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Caro Stefano, potresti spiegarmi cosa intendi per "concettualismo prettamente postmoderno"?
grazie
molto educato il Castelli a rispondermi...