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fino al 6.II.2008 | Annabel Elgar | Milano, Nepente Art Gallery

di - 25 Gennaio 2008
Territori dell’inconscio è il titolo della prima personale in Italia di Annabel Elgar (Londra, 1970). Ma forse sarebbe stato opportuno consacrare l’evento al territorio dell’inconscio, insistendo sull’autoriferimento dell’inconscio a sé stesso. Come La Critica della Ragion Pura, la Ragione che si rifà a se stessa. Piace pensare che l’allestimento della mostra sia il teatro di un viaggio, la rappresentazione di un passaggio dalla natura proteiforme e magmatica del sogno alla limpidezza della luce, dalla visione estetica del profondo all’individuazione dell’io. E anche qui s’intende parlare di un’autoascrizione in prima persona: l’io che individua sé.
Il viaggio analitico può durare per anni, i tableaux vivants dell’inconscio in mostra richiedono un’ora. È una storia di passaggi. Le prime fotografie sono dominate da tonalità buie su cui squillano frammenti di colore, che preconizzano l’apertura alla luminosità fredda e limpida delle ultime opere della serie. Nei lavori di Elgar l’identità è surdeterminata: la persona è colta di spalle, vista di scorcio e frammezzata nel teatro onirico. Spesso presenti sono i bambini, perché rappresentano l’elemento potenzialmente vitale di contro alla fissità dei personaggi adulti. Che sono ritratti all’interno di una casa, mentre i bambini stanno in spazi aperti, davanti all’elemento simbolico della casa. Come in The Rehearstal, dove un uomo di spalle guarda fuori dalla finestra in un interno tetro ma con il soffitto coperto di palloncini colorati, e Spacehopper, che raffigura un bimbo seduto su una grande palla gialla di fronte a un’abitazione con le luci accese e le tende tirate, mentre in primo piano un albero si sviluppa come braccia sui cui rami spogli crescono frutti maturi.

Due opere la cui intima suggestione è sintetizzata in Torch: una donna sembra aver scostato la tenda, sta alla finestra, vede un prato, una costruzione che va in fiamme, lo scivolo accanto all’incendio e sul manto erboso i giocattoli. Fin qui il tono dell’ambientazione è dominato dal buio, ma su di esso brillano tracce di colore, come in The Rising, dove un drappo rosso fiammeggia in un’ambientazione desolata e fa pensare al rosso squillante delle redini del cavallo che s’impone nella Morte di Sardanapalo di Delacroix. O come in Decoy, paesaggio silvano dove il sole forse è al tramonto ma in fondo alla stimmung autunnale si apre un piccolo squarcio brillante.
Apparenti nonsense: i frutti maturi e il loro albero spoglio, alfa e omega. È l’annunciazione di una progressiva apertura. La mostra prosegue con opere in successione, caratterizzate dalla purezza cristallina della luce. Tonalità sature di pulizia, luminose come il bianco ghiaccio del cielo e il verde degli alberi di Captive, che sembrano concludere il viaggio con l’ultima opera della serie, Underpass, e segnare al contempo il passaggio verso una nuova apertura: una bimba bionda corre sola sulla bici -ricorda l’ombra dechirichiana della giovinetta di Mistero e malinconia di una strada-, pedala determinata lungo un sottopassaggio davanti a due personaggi adulti.

La cui identità è nascosta non da un elemento costrittivo ma da una ragione di affetto reciproco, non piÚ solitari osservatori di se stessi attraverso una finestra. La bimbetta corre verso gli alberi che si vedono in fondo su un cielo terso, non troppo lontani.

emanuele beluffi
mostra visitata il 22 novembre 2007


dal 22 novembre 2007 al 6 febbraio 2008
Annabel Elgar – Territori dell’inconscio
Nepente Art Gallery
Via Volta, 15 (zona Porta Volta) – 20121 Milano
Orario: da martedĂŹ a sabato ore 15-19.30 e su appuntamento
Ingresso libero
Info: tel. +39 022900842; gallery@nepente.com; www.nepente.com

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