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Fino al 6.IV.2013 | Elisabetta Di Maggio, I change but I cannot die | Milano, Laura Bulian Gallery

di - 14 Marzo 2013
La mostra di Elisabetta Di Maggio (nata a Milano, nel 1964) alla galleria Laura Bulian è la dimostrazione lampante che si può, e si deve, continuare a fare ottima arte con un grande trasporto poetico. Chi dal contemporaneo cerca forme assolutamente minimali o concettualismi di sorta, dal lavoro della Di Maggio resterà deluso. Non perché l’artista proponga un corpus di opere didascalico o di facile lettura, ma perché si situa vicino a quella nicchia di resistenza per cui l’arte ha a che vedere con l’empatia, con il prendere corpo fisicamente nella percezione dell’osservatore, che viene turbato, meravigliato e inquietato da una serie di forme che rimandano principalmente ad una natura che non appare (finalmente!), particolarmente rassicurante. Lo si coglie bene nelle tre grandi Victoria, foglie della varietà di ninfee brasiliane dedicate proprio alla Regina Vittoria, tipiche per il loro vasto diametro, sul quale “incarnato” Di Maggio interviene chirurgicamente, con intagli geometrici minimi e precisi al millimetro, in grado di trasformare una semplice e cupa parte di vegetale essiccato in un oggetto emblematico, sospeso a metà tra natura ed artificio, appartenente ad un immaginario mutante dove la geometria, di cui è costituito il dna della natura, si palesa nell’arte.

Ma c’è una natura inquietante che si mostra anche negli oggetti quotidiani, su bordi di semplicissimi bicchieri diventati spinosi, dove diventa impossibile appoggiare le labbra: più che a oggetti celibi qui siamo di fronte alla metafora di una situazione urticante che ha a che fare con le necessità e gli appuntamenti della vita: a volte bere il famoso bicchiere d’acqua non è poi così facile, così come diventa impossibile farsi scivolare via di dosso l’esperienza vissuta. È Stupro, in questo caso, l’opera di riferimento: nell’interrato della galleria è riproposta l’installazione dell’artista, datata 2001, e composta da decine di saponi di Marsiglia di marca “Sole”, alternati da solidi gemelli che riportano incisi i termini “lacrime”, “sudore”, “saliva”, “sangue”, “urina”, “sperma”: si può tentare di lavare via il pensiero, il ricordo indelebile di un dramma; si può cercare di rimuovere, passando sulla propria pelle materiale abrasivo, quello che gli occhi hanno visto e  che il proprio corpo ha vissuto, ma il risultato sarà nullo, come inutile era il “desquamarsi” di Vincent, protagonista di Gattaca, nato con un corredo genetico naturale e quindi, in teoria, non abile alle funzioni militarizzate della nuova società, in mano agli “eletti”.
Il percorso di I change but I cannot die, Posso cambiare ma non posso morire, è affascinante e spinoso come solo la natura può essere; la riprova sta anche in Tappezzeria, che avvolge l’intera parete-colonna che separa i due ambienti della galleria: bianco su bianco, delicato e sottile, come solo la carta velina può essere, in un’installazione che sembra essere cresciuta rizomatica, avvolgente ma anche soffocante, claustrofobica. Senza margini di errori, perfetta come le forme di una cellula, di una catena vitale. Ed effimera come il volo di una farfalla che ha trovato sulla propria traiettoria troppi spilli ad indicarne il percorso.
Matteo Bergamini
mostra visitata il 10 marzo 2013
dal 6 febbraio al 6 Aprile 2013
Elisabetta di Maggio, I change but I cannot die
Laura Bulian Gallery
via Montevideo 1 – (20144) Milano
Orari: da martedĂŹ a sabato 15-19
Info: tel. 02 48008983, fax. 02 86984017, info@laurabuliangallery.com, www.laurabuliangallery.com

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