La seconda edizione della rassegna Contemporanea giovani si inscrive nella recente fioritura di eventi artistici nel Comune di Como, la cui testa di ponte è stata sicuramente la mostra di Joan Mirò a Villa Olmo.
I curatori di questa rassegna hanno avuto coraggio nella scelta del tema Tra cronaca e storia, che rischiava di essere interpretato con banalità o annacquato dagli artisti invitati. La mostra -che contiene opere quasi tutte riuscite e il cui impianto d’insieme si regge sufficientemente bene- dà ragione ai curatori.
Inevitabile partire da due artisti che, pur giovanissimi, spiccano di gran lunga sugli altri (così come accade loro spesso allorché partecipano ad una collettiva) Paolo Maggis e Matteo Bergamasco. Maggis propone Un giorno a Zagabria e Gerusalemme, due tele che si inseriscono nel solco dell’attenzione che l’artista milanese rivolge agli avvenimenti di cronaca, parallelamente a prove dalla poetica più intima e privata. Di Bergamasco sono in mostra due opere che indagano le atmosfere e le dinamiche familiari con uno sguardo particolare ai figli, che siano post-adolescenti o neonati; opere che non appartengono all’ultimissimo ciclo dell’artista, passato a raffigurare interni senza la presenza umana.
Il ciclo fotografico di Attilio Solzi (ormai esposto fin troppe volte) associa momenti privati come la copula in macchina ad un’estetica che costituisce la storia (culturale) e la cronaca (nera) del nostro tempo.
Interessante la raffigurazione dell’infanzia di Roberta Savelli, poco riuscita quella, non molto dissimile nelle intenzioni, di Francesca Guffanti.
Storia e cronaca, i temi della mostra, hanno prodotto molte opere con protagonista l’infanzia, opere nelle quali è peraltro più presente la dialettica fra cronaca e sfera privata. Ecco che, in Armida Gandini, i disegni infantili sono ricoperti dall’immagine fotografica, appunto sovraimpressa dagli adulti sui tratti interiori del bambino.
Pierpaolo Curti propone un anticlericale ammasso di libri religiosi il cui contenuto è reso inaccessibile a causa uno spesso strato di resina che copre i volumi, mentre Helga Franza, trasponendo su disegno le sue installazioni, ricorda molto da vicino Carol Rama.
Una delle poche concessioni ad un’estetica patinata è rappresentata dalle tele di Luca Conca, che però possiede originalità ed un certo rigore.
Christian Schettino e Marco Carli guardano alla storia e all’attualità (cronaca) dell’espressione artistica, il primo per disegnare le illustrazioni di un particolare trattato anatomico, Carli utilizzando un’icastica classicità che può far pensare –ma solo per un attimo- a Bosch.
L’abilità e la piacevolezza di Marco Luzi trascendono il tema e la poetica: si tratta di dipinti con soggetti deformati da una visione ravvicinata e “periferica”.
La collettiva si svolge nell’ex-fabbrica Ticosa, ma in un’ala ristrutturata, cosa che dà sollievo estetico al visitatore provato da troppe mostre in spazi post-industriali diroccati, spesso acriticamente adottati come luoghi alla moda per l’esposizione dell’arte contemporanea.
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