Decostruire un film. Ecco l’opera di Tobias Rehberger (Esslingen, 1966). Partendo da un input semplice come una locandina è stato chiesto a tecnici ed esperti di contribuire, all’interno del loro specifico campo, alla costruzione di un film, attraverso un impossibile procedere a ritroso. Così, dopo Collateral negli spazi dell’Hangar Bicocca, sulle contaminazioni tra arte cinema, dopo la mostra su Fassbinder al KW di Berlino, tocca ora anche alla fondazione Prada, maestra nell’indagine sul cinema, dire la sua sulla questione.
Rehberger è tra gli artisti più importanti del vivace panorama artistico tedesco di fine anni Novanta. Cresciuto con la potente galleria Neugerriemschneider di Berlino, è arrivato a confrontarsi con mezzi e strumenti di rilevante portata concettuale ed economica. La strategia è simile a quella usata da Francesco Vezzoli (Brescia, 1971) nel suo celebre “Remake”: attori di portata internazionale prestano il volto alla costruzione di un lavoro artistico.
Tornando alla mostra, i vari contributi tecnici vengono qui raggruppati all’interno di asimmetrici “padiglioni” composti dalle plastiche colorate tanto care all’artista. In ognuna di queste strutture labirintiche avviene una parziale fruizione dell’ipotetico film. Il ruolo degli spazi sembra quello di interrompere la tipica fruizione lineare, rendendola mastodontica, pantagruelica e potenzialmente infinita, tenuta insieme soltanto dalle deboli percezioni che lo spettatore riesce a ricreare nella sua mente. In maniera paradossale, proprio grazie alla sovrabbondanza di materiale, il film appare come già digerito, lasciando i ricordi e le sensazioni tipiche di uno spettacolo visto da tempo e del quale si è perduto il senso narrativo.
È interessante osservare come, in quest’ironica eccedenza, l’artista riesca a risolvere i differenti stimoli in una situazione in cui corridoi, porte, vani e stanze più o meno buie dichiarano guerra radicale al pensiero logico e razionale, portandoci verso un’estetica fatta di gioco e frammento.
In questo mondo scintillante una riflessione a parte merita il padiglione degli attori, in cui Kim Basinger, Willem Dafoe, Emmy Rossum, Justin Henry e Danny DeVito recitano la parte dello spettatore, interrompendo il ritmo incalzante ed instaurando per un attimo una complessa riflessione sulla finzione. Ci si trova così a guardarsi guardati, come in una superficie specchiante. È un meccanismo che si ripete nell’opera anche all’interno di quei corridoi vuoti che proiettano il visitatore sullo spazio esterno attraverso un filtro di plastica gialla.
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