Rimanere col fiato sospeso, come bimbi al parco giochi. Entrare in una stanza immersa nell’oscurità, con il cuore palpitante, e sapere che qualcosa accadrà. Ma cosa? Un miracolo moderno, un’esplosione sgargiante di luce e colori, e tutti come servette diventate improvvisamente principesse, ospiti a una Reggia di Versailles contemporanea. A bocca aperta.
Succede sotto le “lampade” di Tobias Rehberger (Esslingen, Germania, 1966), padrone di casa Giò Marconi. Una mostra di alto livello, articolata nelle quattro sale al piano terra della galleria, e allestita dislocando tematicamente e organicamente nello spazio la produzione, complessa e variegata, dell’artista. Non è un caso che questa personale abbia aperto ad una settimana di distanza dal Salone del Mobile. Il giovane gallerista milanese ha compiuto in questo senso una scelta azzeccatissima, affiancando agli eventi in corso la proposta di Rehberger, che lavora proprio partendo dal design e dalla luce, materie interpretate con uno sguardo artistico edonistico ed antifunzionale. E lo fa attraverso le sue finestre, costruite su linee astratte che vanno a incorniciare il vuoto trasformandolo, attribuendogli consistenza, o con gli ambienti, da guardare, vivere, fruire, soffrire, impazzire nel cromatismo kitsch, violento ed esasperato dall’esiguità degli spazi, dalla nostra consueta percezione dell’abitare, dalla sensazione schizo-claustrofobica di non essere a casa, ma in un drammatico universo futuribile, seducente nella sua incontestabile vistosità, ma altrettanto crudele.
Fortunatamente, Rehberger non è un anfitrione così spietato e concede al pubblico diverse valvole di sfogo. Nelle grandi e divertenti stampe digitali, testimoni di una disordinata cosmologia pop, partorita in studio eppure metropolitana se offerta ad una vista d’insieme. Ma, soprattutto, nell’incanto finale dell’installazione di lampade a listelli di carta colorata affisse al soffitto, collegate ad un sensore, posto all’ingresso, che fa sì che l’opera si illumini solo all’effettivo passaggio di uno spettatore. Con un effetto struggente, emozionante, straniante, nel passaggio da penombra a chiarore, dalla sensazione di grigio allo sfavillio del colore, delle sue trasparenze, dei riflessi, delle macchie proiettate tutt’intorno. Sulle pareti e sui visitatori, che fluttuano in uno spazio liquido, lieve, eppure inquietante. Strabuzzando gli occhi.
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