Carlo: magrissimo quasi livido, una vita ascetica consacrata all’attuazione delle norme tridentine e al tentativo di fare di Milano la civitas Dei. Federico: colto, elegante, generoso committente di imprese artistiche. Carlo e Federico, Borromeo naturalmente, sono i due personaggi che il Museo Diocesano ha scelto di celebrare per raccontare un’altra parte di storia milanese artistica -e non solo- dopo la fortunata mostra dedicata ad Agostino e Ambrogio.
Nel 1564 Carlo è nominato arcivescovo di Milano, nel 1631 muore Federico. Questi approssimativamente i limiti temporali del periodo approfondito dall’esposizione, anni nei quali il problema religioso si sposta “dal piano della dimostrazione della verità a quello della persuasione e della mozione degli affetti” (Argan, citato da Biscottini direttore del museo e curatore della mostra). Questo in pittura si traduce nel passaggio dal classicismo di fine Cinquecento al patetismo vibrante del primo Seicento; se la pittura sacra fino a quel momento aveva cercato di rendere evidenti e razionalmente comprensibili i misteri della fede, adesso nella nuova enfasi della chiesa riformata cambia registro. Commuovere e coinvolgere i sensi e il cuore
L’esposizione si apre all’insegna di un classicismo ormai al tramonto che si esprime nell’eleganza un po’ accademica delle ultime opere di Gaudenzio Ferrari (Battesimo di Cristo) e nella studiatissima e fredda Orazione nell’orto di Paolo Lomazzo. Dal confronto tra questo dipinto e la Visione di Cristo nell’orto di Cerano (Giovan Battista Crespi) si ha la percezione del percorso che la pittura ha avviato. Non siamo ancora egli esiti estremi dell’arte di Cerano: la posa dell’angelo quasi danzante, cui fa da contrappunto un lezioso cherubino tra le nubi, ha forti ascendenze manieriste, ma l’espressione di Cristo drammatica e implorante preannuncia la stagione successiva. Quella dei santi in estasi, delle penitenze (il Digiuno di San Carlo di Daniele Crespi è molto sobrio e misurato), dei drammatici compianti di Cerano (Carlo Borromeo adora il Cristo morto di Varallo) e di Giulio Cesare Procaccini (San Carlo il Cristo morto e un angelo) tinte cupe – ma raffinatissime quelle di Procaccini- accese dal rosso
La mostra illustra con una sequenza di opere di qualità come artisti diversi accolsero in modo differente l’invito a realizzare immagini ricche di pathos. Struggente e cupo l’ultimo Cerano che si affida ad una pittura fatta di rapide pennellate, più dolce e correggesco Procaccini che non rinuncia ad una cromia elegante e morbida, a figure ariose e leggere; energiche e plastiche le fantasiose invenzioni di Morazzone (Pier Francesco Mazzucchelli) invece Giovanni Serodine declina con abilità tutti i temi del realismo caravaggesco (merita di essere citata tra le migliori opere in mostra la sua Cena di Emmaus) ricalcando il linguaggio tragico e scarno delle opere del periodo napoletano e siciliano del Merisi.
Completano la mostra preziose oreficerie e un filmato con le immagini dei luoghi borromaici. Da non perdere: per tutto il periodo della mostra resteranno esposti in Duomo i quadroni con la vita e i miracoli di San Carlo – tra questi i sei di Cerano – solitamente visibili da novembre alla fine delle festività natalizie.
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