A detta di molti e soprattutto di chi aveva già visitato lo spazio di Lia Rumma in altre occasioni, la prima impressione è stata quella di entrare erroneamente altrove. Lo stretto corridoio della galleria milanese si mostra improvvisamente sconvolto da un vento anacronistico. Un museo tardo ottocentesco di provincia ha trovato casa in via Solferino, ricreato dai coniugi ucraini Ilya & Emilia Kabakov.
L’ampia manovra di trasformazione pone le sue basi su quattro pilastri, che accennando alla divisione in tre sale, forniscono una visione unica e privilegiata per ogni opera esposta. Le pareti bianche, neutre, ritornano al passato tramite l’applicazione di una boiserie in legno di noce in basso e di un decorazione in gesso dorato a limitare il soffitto. Al resto ci pensa una fioca illuminazione e un pizzico di fantasia.
Le tre grandi tele esposte al centro del percorso, poggiano su piedistalli e sono collocate dentro teche in plexiglas fissate al soffitto. Seguendo l’iter suggerito, siamo portati a visionare in primis il lato frontale dei dipinti. I temi sono eminentemente di stampo realistico, la pennellata invece sta lasciando la cruda verosimiglianza della realtà per avvicinarsi alla sfocatura impressionista. Non è questo a sconvolgere il visitatore del XXI secolo, quanto le fastidiose intromissioni presenti sulle tele. Che siano delle grosse bande multicolore, delle linee spezzate
L’anomalia riportata in forma così dura in fronte ai dipinti, viene ripresa con un tono più leggero ed evanescente sul retro. Infatti tra le intersezioni del telaio si annidano gruppi di piccole ali di carta, che allo sguardo più attento, si rivelano sottolineare le aree compromesse dai disturbi cromatici.
Infine il dipinto esposto a parete in fondo alle sale sembra essere montato su di uno sportello scorrevole, che spostandosi lievemente dalla congruenza con il telaio, lascia intravedere una retro illuminazione. Una lucida descrizione è il meglio che si possa offrire a quella che, a giudicare dalle voci degli addetti ai lavori, sembra essere la mostra più riuscita della lunga maratona milanese.
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