Ci sono luoghi che spesso passano inosservati. Sono autostrade e stazioni di servizio, fabbriche e cantieri di una periferia di “cemento e lavoro” in continua trasformazione. Sono luoghi di passaggio che sottraiamo al nostro sguardo. Eppure anche questi luoghi rappresentano buona parte della nostra esperienza quotidiana. Alessandro Busci (Milano 1971) racconta di essersi accorto della forza di questi paesaggi durante una sosta in autostrada, dopo un temporale, nell’aria elettrica lasciata dalla pioggia intrisa dell’odore dell’asfalto bagnato. E da allora non ha più potuto smettere di subirne il fascino.
All’Istituto dei Ciechi, una splendida cornice fa da fondo alle suggestioni delle sue opere. Sono le stesse mura in cui l’artista milanese ha potuto comprendere il significato del vedere, descrivendolo ai suoi compagni di scuola non vedenti, accostando forme e colori a suoni, odori e sensazioni tattili. Forse è da qui che è nato il suo profondo rispetto per la pittura. Sa di non poterla mai completamente dominare, perché è una componente indisponibile e imprevedibile quella fondamentale per realizzarne la magia. Per questo l’artista ha guardato con sospetto la superficie eccessivamente docile della tela e si è confrontato in una ricerca instancabile con supporti diversi, che reagissero attivamente alla sua pittura, che la rendessero ancora più ingovernabile. Pur continuando a sperimentare su superfici sempre nuove come seta, velluto, carta intelaiata, alluminio, ha trovato nel ferro l’interlocutore ideale. Busci lascia agire l’acido sulle lastre di ferro e poi ferma il processo di ossidazione con degli smalti. Tra i due momenti, l’artista racconta di “una fase intermedia”, in cui cerca di agire sulla macchia, di interpretarne e indirizzarne in parte il movimento, preparando la nuvola di ruggine su cui farà emergere le sue visioni. Con tratti semplici, Busci crea scenari metropolitani dai colori impossibili.
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