Sono paesaggi silenziosi quelli di Alejandro Quincoces (Bilbao, 1951). Anche quando sono immersi nel traffico della metropoli o tra gli edifici delle fabbriche di periferia.
Le sue vedute, che nei tagli e nelle prospettive ricordano da vicino gli scatti su New York di Berenice Abbott o le opere iper-precisioniste di Sheeler, vengono riprese dall’alto, a volo di uccello, o dal basso, dominate dalla possenza monumentale dei grattacieli. Quincoces dipinge industrie fatiscenti, edifici in costruzione e superstrade percorse da rari veicoli. Sono scorci di Bilbao, sua città natale, o di New York, dove attualmente vive. Sebbene le ambientazioni metropolitane tendano a trasmettere in genere sensazioni destabilizzanti, come in Hopper, in Demuth o in Ambrose Lester, nei suoi dipinti aleggia un’atmosfera di serena sospensione, resa attraverso la luce vaporosa e turneriana dei tramonti o delle albe.
La realizzazione tecnica è interessante. I soggetti? Sono scelti tra i fotogrammi di video che lo stesso artista gira in loco, tra le strade della città. E i lavori in effetti risentono in modo evidente delle tecniche della fotografia, nel taglio come nell’effetto del movimento, che ricorda, specie per il dissolvimento dei contorni nella luce, alcune photo-paintings di Gerhard Richter.
La preparazione del supporto prevede una stratificazione di materiali come carta, colla, vernici e olio che conferiscono alla tela o alla tavola una struttura materica ruvida, come la superficie di un muro, adatta ad accogliere i segni grafici dell’artista, sottili e precisi e le luminescenze, realizzate con numerose velature.
In Un dia de trabajo (2004) è dipinto un tratto di superstrada che all’orizzonte scompare dietro una curva; al centro del grande quadro un’automobile cattura l’occhio ed evoca la sensazione del movimento, così come i leggeri tocchi di bianco che descrivono la segnaletica orizzontale sull’asfalto. Una metafora della fugacità del tempo, fatto di un passato che trascolora in un presente che è già svanito. C’è malinconia in queste tele, ma non tristezza, c’è lo stupore davanti alla vita che comunque si rinnova, davanti al ricordo che non si cancella. E così Restos industriales (2004/05) non parla della fine, ma rievoca la vita che animava un tempo quelle strutture, mentre Nuevos edificios (2004) diviene metafora di un altro inizio. Bilbao gris (2004) colpisce per la luce dorata che riempie tre quarti della tavola e per il calligrafismo dei puntini e delle linee che pullulano nello spazio inferiore dell’opera.
Sono accese le luci nei grattacieli e pare di intravedere lo sfolgorio dei fari e delle insegne: sta venendo sera o sta nascendo il giorno? È l’ora del trapasso, quando il tempo scorre più lento e laggiù da qualche parte sta per accadere qualcosa.
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irene giannini
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