Sul finire degli anni Sessanta nacque in Italia il fenomeno delle gallerie private come lo intendiamo oggi. Fabio Sargentini, Giorgio Marconi, Lucio Amelio, per fare alcuni illustri nomi, cominciavano in quel tempo la loro attività. Cambiava l’arte, si evolveva il mercato. Tra gli altri, apriva nel 1968 anche Enzo Cannaviello. In quel periodo difficile, di forte mutamento, concitazione, in cui occuparsi di contemporaneo era una rischiosa scommessa, divenne compagno di strada e sostenitore di artisti e collezionisti. Oggi, trascorsi più di trentacinque anni dagli esordi dell’omonimo studio, Cannaviello chiude la stagione ripercorrendo la sua esperienza con una mostra storica, prevalentemente fotografica, intitolata Area ’70. Una mappatura delle tendenze dell’epoca attraverso le opere di cinquantaquattro artisti, curata dallo scultore olandese Jan Dibbets. Sorvolando per ragioni strutturali sugli indirizzi minimalisti e legati alla Land Art, pur presente in uno splendido bozzetto di Christo, il percorso si sofferma, ad esempio, sul fenomeno delle pratiche comportamentali. Sia nelle sue declinazioni brutali e narcisistiche, connesse alle riflessioni di Gina Pane, o di Vito Acconci -dei quali sono esposti scatti ed oggetti che documentano le performance- sia in quelle più marcatamente speculative di matrice Fluxus.
Compaiono, poi, i prediletti Mimmo Paladino e Robert Longo, seguiti dal gallerista sin dal loro debutto, e le pratiche di natura concettuale, raccontate attraverso le definizioni tautologiche di Joseph Kosuth o nelle soluzioni nostrane di Carlo Alfano: analisi del rapporto tra significato e significante, tra immagine e parola, tra oggetto e concetto. Comprendendo le soluzioni di poesia visiva, segnalate con le opere di Jiri Kolar e Vincenzo Agnetti, in cui alla lettera viene riconosciuto valore assoluto di segno grafico -o di fonema- asemantico, decontestualizzato dalle necessità sintattiche. Non mancano figure singolari, oltre ogni tempo e corrente, come Joseph Beuys e Giulio Paolini, che compie una riflessione di natura linguistico-metaforica sull’arte, contrapponendo ad una rosa di colori neutri, l’immagine di un cielo turchese, screziato di nubi. O le fotografie dei coniugi Becher, grammatica di una Germania ancora disunita che evolve dalla condizione rurale del dopoguerra verso un’urbanizzazione spietata.
Concludendo, infine, l’intero percorso con i lavori di quegli artisti raccolti sullo scorcio del decennio sotto l’etichetta di Transavanguardia, movimento che negli anni a venire detterà le leggi del mercato.
santa nastro
mostra visitata il 7 luglio 2005
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